dialogicodialettica@libero.it
     
 
.presentazione
 
............
 

1° Congresso SEPI - Italia

Milano, 16 Marzo 2002

Dibattito

 

2° Congresso SEPI - Italia

Firenze 24-26 Marzo 2006

Programma -- Dibattito precogressuale

 

..........

..

 

 

fondatori
 
   
storia
 
 

 

S.E.P.I. Italia

Society for the Exploration of Psychotherapy Integration

 

La pratica dell'integrazione in psicoterapia

Si svolgerà a Firenze, dal 23 al 26 Marzo 2006, il 2° Congresso SEPI-Italia. La SEPI è l’associazione internazionale che raccoglie gli psicoterapeuti di orientamento integrativo. Il termine “integrazione” è inteso in modi diversi, anche all’interno della stessa SEPI. Si va dal semplice eclettismo tecnico, in cui si fa libero uso di procedure sviluppate da diverse scuole senza preoccuparsi troppo della coerenza dell’insieme, all’integrazione teorica, in cui ci si propone la finalità più ambiziosa di integrare aspetti di teorie diverse (per es. psicoanalisi e comportamentismo) in un insieme coerente, passando per l’approccio dei fattori comuni, che punta a individuare i fattori terapeutici comuni a tutte le pratiche indipendentemente dall’orientamento teorico del terapeuta.

Oltre a questi diversi modi di intendere l’integrazione psicoterapeutica, occorre considerare i diversi atteggiamenti nei confronti dell’integrazione. Poco o tanto, tutti integrano. Generalmente si parte da un orientamento di base, appreso attraverso la formazione in una scuola specifica, per aggiungere poi su questa base, in tutto l’arco della carriera, elementi presi da orientamenti diversi e adattati all’insieme in cui sono inseriti (integrazione assimilativa). Ma questa assimilazione spesso non è dichiarata, perché all’integrazione si preferisce l’integrità contraria a ogni ibridazione. Se l’integrazione è vista con sospetto dai fautori dell’integrità, lo è anche dal versante opposto, dai fautori del pluralismo, che vedono in essa una minaccia alla libera proliferazione delle teorie. L’integrazione, considerata impura da un lato e oppressiva dall’altro, è inoltre sospettata di essere un atteggiamento difensivo rispetto al rigore di un metodo dato o alle costrizioni imposte dall’appartenenza a una scuola.

Nonostante queste diffidenze, in parte giustificate, il tema dell’integrazione è ineludibile, anche quando non è chiamato con questo nome. Un termine usato sempre più spesso, soprattutto in ambito psicoanalitico, è common ground (terreno comune). Non solo si è arrivati alla proliferazione incontrollata di centinaia di scuole diverse, ognuna con i propri principi teorici, tecnici e formativi: ma anche all’interno della stessa scuola si creano gruppi e sottogruppi che si differenziano per scelte teoriche tra di loro incompatibili. La ricerca di un terreno comune diventa allora una scelta obbligata per chi non vuole arrendersi alla deriva pluralistica che significa la perdita di un’identità comune, per cui per esempio non esiste più la psicoanalisi, ma solo le psicoanalisi. Per quanto la moltiplicazione delle scuole e degli orientamenti possa essere vista come un fattore di sviluppo, occorrerà poi che gli aderenti ai diversi paradigmi e orientamenti riescano a comunicare tra di loro, se si vuole che il pluralismo sia portatore di crescita e non di frammentazione in una miriade di tribù incapaci di scambio culturale. Ma perché ci sia comunicazione, occorre disporre di un minimo terreno comune di esperienze, concetti, linguaggio. In altre parole, la differenziazione è un fattore di sviluppo se è dialetticamente collegata al movimento opposto di integrazione delle differenze: in caso contrario, la differenziazione porta a movimenti separatisti o scissionisti con produzione di un numero virtualmente illimitato di gruppi o gruppuscoli ciascuno chiuso nel proprio orticello e nel proprio gergo. Al limite, come è stato osservato, si arriva all’esistenza di tante teorie della psicoanalisi (o della psicoterapia) quanti sono gli psicoanalisti (o gli psicoterapeuti) nella stanza.

Il tema dell’integrazione può essere in linea di principio ineludibile, ma questo non impedisce che sia di fatto ampiamente eluso da coloro che preferiscono la sicurezza nel recinto del proprio gruppo al rischio del confronto al di fuori di quei confini. È una scelta del resto comprensibile, alla luce delle difficoltà cui va incontro chi a quel confronto non si sottrae. Come è accaduto nel 1° Congresso SEPI-Italia (Milano, 2002), che ha messo in luce una profonda divisione tra due modi diversi di intendere la psicoterapia in generale e l'integrazione psicoterapeutica in particolare, quello scientifico che privilegia l'oggettività e quello umanistico che dà la priorità al soggetto. Alla segmentazione verticale tra scuole, gruppi e sottogruppi si sostituisce qui la spaccatura orizzontale che attraversa le scuole e i gruppi, tra i sostenitori dell’idea che solo il metodo scientifico può offrire una base comune a tutti gli psicoterapeuti e coloro che, dalla sponda opposta, sostengono un modello di psicoterapia centrato sul soggetto e la sua cura, formazione e trasformazione. Per gli uni il metodo scientifico è sostanzialmente lo stesso dalle scienze di base alle scienze umane. Per gli altri la psicoterapia è più simile all’arte che alla scienza, una pratica che non può essere studiata come se fosse un oggetto senza snaturarla.

Per superare l’impasse in cui è finita la discussione che ha preceduto e seguito il 1° Congresso (http://www.psychomedia.it/pm-lists/debates/sepi.htm), il 2° Congresso propone di portare il dialogo sul terreno delle diverse pratiche (cliniche, formative e di ricerca), vale a dire sul modo in cui l'integrazione psicoterapeutica concretamente si realizza nei diversi contesti. Su questa base esperienziale ed empirica sarà ripresa la questione se il modello medico (trattamento finalizzato alla cura di disturbi specifici con procedure empiricamente supportate) e il modello processuale (la cura come processo di conoscenza di sé e formazione personale) debbano essere intese come due pratiche diverse e distinte, o come due aspetti di un’unica pratica. Si tenterà di rilanciare il dialogo tra terapeuti e studiosi di diverso orientamento, o almeno di evidenziare i punti in cui questo regolarmente si arena, nella consapevolezza che nemmeno su che cosa si debba intendere per dialogo c’è accordo. È un confronto ispirato a una specie di darwinismo culturale, un incontro/scontro di idee dal quale ci si attende che emergano, per selezione, quelle più forti o più adatte a descrivere il mondo, o piuttosto l’apertura di uno spazio in cui le idee degli altri sono accolte grazie alla messa in sospensione delle proprie, con una sorta di epoché fenomenologica? Il 2° Congresso cercherà di sviluppare un metadialogo, ovvero un dialogo tra fautori di diverse concezioni del dialogo, esplorando anche qui la questione se la differenza di posizioni non possa condurre a momenti di sintesi, piuttosto che di contrapposizione.

Tullio Carere-Comes (coordinatore per l'Italia)

(Questo testo è pubblicato sul primo numero della rivista “Simposio”, ottobre 2005)

 

 
laboratori e seminari di.Cura.di.
 
   
......................arte e creatività
 
   
S.E.P.I. Italia
 
   
ricerca
 
   
testi e articoli
 
   
sede
 
   
logo
 
   
contatti