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Il nuovo sciamano

 

 

 

XIX . L’esercizio

 

1. L’osservazione di sé

Nelle scuole antiche l’esercizio della presenza, o dell’attenzione al momento presente, occupava una posizione centrale, perché alla base di ogni ossessione o melanconia si riconosceva un intorpidimento dell’anima, un estraniamento a sé stessi causato dall’assorbimento nel passato e dalla fuga nel futuro. Le diverse tecniche si proponevano tutte di risvegliare l’individuo dalla sua incoscienza, sciogliendo i legami e dissipando le illusioni che gli impedivano di vivere con maggiore pienezza e serenità. Le tecniche comportamentali, cognitive, transpersonali e delle altre scuole contemporanee riprendono gli esercizi tradizionali, sviluppandoli e adattandoli alle esigenze attuali.

Il primo esercizio, basilare in tutte le scuole passate e presenti, consiste nell’osservazione  di sé.  E’ necessario per superare la posizione del realismo ingenuo e prendere coscienza di quanto profondamente l’esperienza sia condizionata da opinioni, fantasie e sogni. La maggior parte delle scuole cerca di accendere quella visione interna che va oltre una comprensione puramente intellettuale e che oggi si usa indicare con il termine di insight. Il principio del “conosci te stesso” è la pietra angolare della filosofia antica come della psicoterapia moderna.

Ciò che è decisivo nel produrre l’insight non è il luogo in cui è ottenuto (una relazione o l’introspezione meditativa), ma la qualità dell’osservazione. Occorre in sostanza che sia posto in sospensione il giudizio abituale, cioè il modo consueto di strutturare l’esperienza, così che questa da un lato sia separata dai significati in cui è costretta, e dall’altro possa riceverne di nuovi. Su questa base di autoosservazione si impiantano i diversi esercizi suggeriti correntemente nelle relazioni di terapia, che impegnano tutte le principali funzioni psichiche.

L’analisi, la correzione e la verifica degli schemi cognitivi che modellano l’esperienza e il comportamento sono effettutate regolarmente nel corso di ogni seduta, ma non c’è motivo di confinarle in questa sede. Benché il trasferimento alla vita quotidiana dei metodi appresi in terapia tenda ad avvenire spontaneamente, non è il caso di contarci troppo. Come in qualsiasi altro apprendimento, i progressi sono proporzionali alla serietà e alla costanza dell’esercizio. Gli antichi conoscevano bene l’utilità di staccare ogni giorno l’attenzione per almeno qualche momento dalle attività quotidiane per un “esame di coscienza”.

“Non cedere al sonno che dopo aver destata la parte razionale del nostro essere e averla nutrita con bei pensieri e belle ricerche, concentrandoci su noi stessi, dopo avere anche calmata la parte appetitiva del nostro essere… e ammansita la parte irascibile”. Questo suggerimento di Platone, tratto dal Fedone, è citato da Hadot, che descrive anche l’esercizio di meditazione praticato dagli stoici: “Al mattino si esaminerà in anticipo ciò che si deve fare nel corso della giornata, e si fisseranno in anticipo i principi che dirigeranno e ispireranno le azioni. Alla sera il soggetto si esaminerà nuovamente, per rendersi conto delle colpe o dei progressi compiuti. Si esamineranno anche i propri sogni”  (p. 36).

Non c’è motivo di pensare che i moderni abbiano meno bisogno degli antichi di curare l’igiene mentale  forse è vero il contrario. L’abitudine di ritagliare nel corso della giornata qualche momento specificamente dedicato a un lavoro su di sé è raccomandata dai filosofi antichi come dai terapeuti moderni, psicoanalisti esclusi. Grazie ad essa il paziente può disporre di altri laboratori in cui esercitarsi, oltre alla seduta di terapia.

La letteratura delle scuole non analitiche è ricca di indicazioni sugli esercizi da proporre, o sulla base dei quali inventarne e negoziarne di nuovi, adatti alle esigenze specifiche del soggetto. In tutti i casi il punto di partenza è l’osservazione delle fantasie e delle idee rigide e stereotipate che condizionano l’esperienza e il comportamento.

2. Il progetto

Osservarsi non basta. L’autoanalisi può degenerare in ruminazione ossessiva se non è collegata a una pratica di trasformazione. Questa a sua volta ha bisogno di un progetto che orienti e nello stesso tempo stimoli l’azione.

Apparentemente nel metodo freudiano non c’è posto per progetti, perché se l’attenzione deve fluttuare liberamente non può essere orientata in una direzione qualsiasi senza venir meno alla regola fondamentale. In realtà esiste un progetto globale: dov’era l’es deve venire l’io. Attraverso la riattivazione e l’elaborazione di fantasie e conflitti si punta a una crescita e un rafforzamento dell’io; non si perseguono direttamente altre finalità, perché si ritiene che questo io così rafforzato avrà la libertà e l’energia necessarie a raggiungere gli obiettivi realistici che sceglierà di darsi.

In realtà non è detto che questo io, al termine del processo, sia automaticamente capace di risolvere i problemi per cui ha iniziato la terapia, né che il chiarimento sistematico dei conflitti inconsci gli abbia conferito la forza e la competenza specifiche di cui ha bisogno. Come abbiamo rilevato più volte, alla base dei problemi nevrotici è spesso agevole riconoscere circoli viziosi che si instaurano tra i comportamenti e gli effetti da essi prodotti, che li confermano e li rinforzano. Se una persona si sottrae regolarmente alle prove che è persuasa di non saper affrontare, la sua convinzione di incapacità ne uscirà ogni volta rinsaldata. Se ripropone sempre le stesse soluzioni che si sono già dimostrate improprie, l’idea di inadeguatezza metterà radici. Per estirpare queste radici  occorrerà individuare risposte corrette ai problemi attualmente irrisolti, e poi metterle in pratica ed esercitarle finché le impressioni di incapacità e inadeguatezza relative a quelle difficoltà svaniscano.

In effetti, non solo il lavoro focalizzato su uno o più obiettivi non è incompatibile con una strategia a lungo termine di esplorazione delle fantasie inconsce che via via emergono, ma tra i due piani del lavoro possono prodursi sinergie preziose.

“P. ha un atteggiamento passivo, lamentoso e rivendicativo che gli crea ovvie difficoltà nelle relazioni. Viene impegnato in diversi esercizi tesi a sviluppare un atteggiamento più attivo e responsabile. P. li esegue in modo ambivalente: ne riconosce l’utilità, ma nello stesso tempo cerca di boicottarli; è grato al terapeuta da cui sente di essere realmente aiutato, ma contemporaneamente protesta di non sentirsi abbastanza capito. Mentre l’atteggiamento gradualmente cambia nel senso desiderato, P. individua esplicitamente nel terapeuta una figura di padre nei cui confronti vive un conflitto acuto: riconosce di aver bisogno di lui per crescere, e tuttavia non perde occasione per attaccarlo e tentare di sottrarsi alla sua tutela. Viene ricostruito il rapporto con il padre reale, con cui aveva vissuto lo stesso conflitto ma da una posizione molto più favorevole, perché la madre era sempre pronta a schierarsi dalla sua parte. Per la debolezza del padre o per la forza dell’alleanza con la madre l’influenza paterna era stata neutralizzata e il processo maturativo aveva subito un arresto. La relazione di terapia ripropone il vecchio conflitto e offre i mezzi per una nuova soluzione. Il lavoro si svolge su due piani. Sul primo si definiscono obiettivi ed esercizi pratici, sul secondo si mette in luce e si elabora il conflitto tra la volontà di collaborare e il desiderio di opporsi. Gradualmente l’opposizione lascia il posto all’accettazione grata e la terapia si conclude con questi risultati: l’io si è considerevolmente rinforzato grazie agli esercizi eseguiti e all’elaborazione del conflitto, è avvenuta una rappacificazione con il padre interno, è stata interiorizzata una figura guida affidabile cui P. può ora riferirsi autonomamente”.

Come si vede, il progetto di rafforzamento mediante esercizi di diverso genere (autosservazione, concentrazione, scrittura, assertività) non solo non ha impedito che la vicenda infantile fosse riattivata, ma ha consentito che venisse rivissuta, esplorata e infine riparata in ciò che aveva di manchevole.

La questione del progetto è strettamente legata al modo in cui è diretta l’attenzione. In quasi tutte le terapie non analitiche l’attenzione è orientata su uno o più obiettivi definiti. In campo analitico questo vale solo per le terapie cosiddette focali, mentre nei trattamenti a lungo termine viene di consueto privilegiata l’attenzione fluttuante, non focalizzata. Così viene separato qualcosa che in diverse pratiche tradizionali era unito. Ad esempio nella meditazione buddista za zen entrambi i tipi di attenzione sono esercitati in modo contestuale e integrato. Infatti un’attenzione troppo concentrata ostacola l’osservazione dei contenuti subconsci che affiorano spontaneamente e causa una fissazione o un assorbimento autoipnotico, mentre se l’attenzione fluttua troppo liberamente il soggetto rischia di perdersi nel flusso associativo.

Il progetto della psicoterapia, nella formulazione che è stata proposta (dov’era l’ego deve venire l’io, cap. XIII), non solo non esclude, ma richiede che l’attenzione sia addestrata, oltre che a fluttuare liberamente, anche a concentrarsi su oggetti particolari. Ricordiamo che il termine ego è stato impiegato nell’accezione che ha nel linguaggio corrente, dove designa il soggetto alienato: il soggetto che nell’ansia di possedere il proprio mondo e sé stesso si lascia catturare dalle immagini e dagli oggetti in cui si identifica. Il termine io, in contrapposizione a ego, è stato impiegato per indicare il soggetto emancipato dal legame coatto, positivo o negativo, con le proprie identificazioni. In altre parole, il soggetto è libero nella misura in cui è in grado sia di liberare la propria attenzione da ciò che la vincola, sia di dirigerla e focalizzarla dove decida di farlo. Per contrasto, l’attenzione del soggetto alienato è catturata da desideri e paure, e di conseguenza dagli oggetti che vuole possedere o teme di perdere e dalle immagini con cui ha identificato sé stesso e il suo mondo.

Il processo di liberazione dell’io da tutto ciò che lo estrania a sé stesso  il processo del divenire sé stessi  consiste essenzialmente in un addestramento dell’attenzione. Questo consiste nel far sì che essa da un lato possa fluttuare liberamente, uscendo dalle vie obbligate dell’abitudine per rivolgersi a tutto ciò che le strutture dominanti del pensiero lasciano nell’ombra; dall’altro possa concentrarsi metodicamente su oggetti diversi, per costruire strutture e abitudini alternative a quelle che si sono dimostrate inadatte alle finalità che il soggetto si propone. Le diverse scuole hanno privilegiato l’una o l’altra fase di un processo che invece dovrebbe essere considerato nella sua globalità.

3. Il governo dell’attenzione

Esaminiamo alcuni dei principali metodi di addestramento al governo dell’attenzione. In primo luogo tutti i terapeuti incoraggiano i pazienti a porsi di fronte a ciò che abitualmente evitano, quando hanno l’impressione che possano farlo con un sostegno adeguato. Non è sempre necessario dirigere esplicitamente: i pazienti imparano a indovinare da minimi cenni ciò che il terapeuta si aspetta da loro, perché naturalmente il desiderio di compiacerlo o di contraddirlo è una delle principali forze motrici della relazione.

Esistono principalmente due vie per mettere una persona nelle condizioni di affrontare esperienze temute o dolorose. La prima consiste nell’offrirle una “base sicura”, cioè una relazione in cui possa sentirsi contenuta, compresa e sostenuta. Nella seconda il soggetto è aiutato a trovare piuttosto in sé stesso la sicurezza e le risorse di cui ha bisogno, grazie a esercizi particolari.

Nelle procedure di desensibilizzazione dei comportamentisti il paziente è confrontato con gli stimoli che inducono risposte di ansia dopo essere stato aiutato a rilassarsi. Il principio è questo: in primo luogo il paziente è invitato a concentrarsi sulla muscolatura, sulla respirazione o su immagini gradevoli fino al momento in cui si sente calmo e rilassato. A quel punto viene somministrato lo stimolo ansiogeno, che non riesce più a catturare tutta la sua attenzione perché una parte consistente di questa rimane ancorata alle sensazioni o alle immagini di benessere che sono state evocate precedentemente. In questo modo il soggetto è addestrato a non perdere la calma nelle situazioni che sente minacciose, e quindi a esaminare realisticamente ciò che accade e a rispondervi in modo adeguato.

Nelle procedure di tipo cognitivo vengono messe in luce le verbalizzazioni interne che creano o aggravano il problema (ad esempio: “non posso tollerare che non mi si dia ciò che mi spetta”, o “non ce la faccio e non ce la farò mai”). Prima deve essere vista l’arbitrarietà di questi assunti, quindi inizia la ricerca di altre formulazioni che possano sostituirli vantaggiosamente (ad esempio: “non so che cosa mi spetta, ma so ciò che voglio; sono disposto a lottare per averlo e posso tollerare di non avere tutto e subito”). Una volta raggiunto l’accordo sulle nuove verbalizzazioni, queste debbono essere messe in pratica ripetutamente, in condizioni di laboratorio e sul campo. In questo modo il paziente impara a far leva sulla capacità di riconoscere, attivare, disattivare e modificare le istruzioni che dà a sé stesso.

Infine molti terapeuti, di diverse scuole, suggeriscono di lavorare con simboli capaci di attivare le forze di autoguarigione più profonde. A questa serie appartengono alcune figure che sono state esaminate, come il demone di Socrate, il padre di Eckart o il genio del cuore di Nietzsche:

“Il genio del cuore che fa ammutolire ogni voce troppo sonora e ogni compiacimento di sé e insegna a porsi in ascolto, che leviga le anime scabre e infonde loro un nuovo desiderio da assaporare  quello di starsene taciturni come uno specchio affinché in esse si rispecchi il profondo cielo… Il genio del cuore che insegna alla mano maldestra e precipitosa l’indugio e una maggiore delicatezza nell’afferrare: che sa divinare il tesoro occulto e obliato, la goccia di bontà e di dolce spiritualità sotto un ghiaccio torbido e spesso, ed è una bacchetta magica per ogni granello d’oro, che a lungo sia restato sepolto nel carcere di molto fango e sabbia; il genio del cuore, dal cui tocco ognuno si diparte più ricco, non graziato e stupito, non beneficiato e oppresso come da un bene estraneo, sibbene più ricco di sé, più nuovo che per l’innanzi, dissigillato, alitato e spiato da un vento astrale, forse più insicuro, più delicato, più fragile, più infranto, ma colmo di speranze che non hanno ancora un nome, colmo di un volere e di un fluire nuovo, colmo di una nuova riluttanza e di un nuovo riflusso…”(1).

Tutti questi metodi si fondano su un principio comune: esiste in ogni individuo una ricchezza di risorse potenziali che possono diventare attuali se sono scoperte e attivate. Una persona è tesa perché non ha mai imparato a rilassarsi, è prigioniera di convinzioni deprimenti perché non sa che è possibile cambiarle, si sente arida e sfiduciata perché non conosce il modo di entrare in contatto con i propri affetti e le proprie energie creative. La chiave che apre l’accesso a tutte queste possibilità è l’attenzione. E’ sufficiente dirigere l’attenzione sulla muscolatura in tensione per rilassarla, sulle convinzioni stereotipate per prenderne le distanze, su nuove idee per renderle operative, su determinati simboli per attingere alle risorse profonde. Il governo dell’attenzione è la base di ogni tecnica terapeutica; imparare a lasciarla fluttuare liberamente è necessario, ma non sufficiente. Non c’è vero governo se alla libera fluttuazione non si aggiunge la capacità di concentrazione su diversi oggetti, funzioni o simboli, ed entrambe queste modalità possono essere sviluppate solo con esercizi appropriati.

4. L’esercizio fondamentale

I terapeuti delle scuole non analitiche si preoccupano soprattutto di ottenere una buona collaborazione dai loro pazienti. Invece gli psicoanalisti di fronte a un paziente che collabora diligentemente si chiedono in primo luogo perché lo fa. Mentre i primi sono inclini ad accettare senza eccessive riserve il ruolo di curante che i pazienti attribuiscono loro, e ad esercitarlo in modo abbastanza letterale, i secondi dirigono un’attenzione privilegiata alle fantasie di cui vengono investiti. Sono troppo ingenui gli uni o troppo sospettosi gli altri?

Nelle scuole non analitiche si afferma in generale che è possibile risolvere una situazione patologica senza occuparsi delle fantasie che i pazienti rivolgono al terapeuta, e soprattutto senza favorirle e stimolarle dedicando ad esse troppa attenzione. La tesi degli psicoanalisti  che solo la guarigione ottenuta analizzando i conflitti inconsci e il transfert è vera guarigione  vale solo se valgono i postulati della psicoanalisi, e quindi è ritenuta di nessun valore dai terapeuti delle altre scuole. L’incomunicabilità che regna tra gli uni e gli altri è fatta essenzialmente di affermazioni tanto perentorie quanto indimostrate.

Il punto di vista fenomenologico, che mette tra parentesi tutti i principi e i postulati, sembra essere l’unico in grado di gettare un ponte tra concezioni che sembrano inconciliabili. A un’osservazione non pregiudiziale appare evidente l’arbitrarietà di separare un singolo disturbo dall’esperienza da cui emerge, che include affetti, aspettative, convinzioni e scelte; lo è ugualmente scindere l’esperienza di un soggetto dalla rete di relazioni da cui nasce e prende forma; lo è infine la pretesa di eliminare da quella rete proprio la relazione con il terapeuta, che non è certo meno coinvolgente e significativa di altre.

Si può dire, di conseguenza, che hanno ragione gli analisti quando sostengono che non si può fare terapia senza rivolgere un’attenzione speciale alla relazione terapeutica. E’ questa il terreno privilegiato della cura, e l’esercizio di consapevolezza che su di esso si svolge non può che avere un valore primario, logicamente antecedente ad ogni altro. E tuttavia hanno ragione i terapeuti delle scuole non analitiche quando affermano che quell’esercizio non può essere l’unico: ce ne sono molti altri di sicura efficacia, che possono rendere più rapido ed economico il trattamento e che a volte sono gli unici in grado di risolvere una situazione.

Come possono essere rese compatibili queste opposte ragioni? Ricordiamo ancora una volta che metodi diversi convivono regolarmente nella pratica degli psicoterapeuti, per i quali l’impegno a operare solo all’interno di un orizzonte teorico prestabilito può essere tutt’al più un’aspirazione, peraltro sistematicamente disattesa. Una cosa è comune a tutti gli interventi praticati: la relazione da cui ricavano il senso che hanno. L’analisi della relazione terapeutica (o del transfert, come si usa dire con un termine vago e buono per troppi usi), dovrebbe essere un esercizio costante in ogni terapia di qualsiasi indirizzo, perché è l’unico strumento che consenta di cogliere il significato di ciò che viene fatto, qualsiasi cosa si stia facendo. Ad esempio di fronte a un paziente che chiede ripetutamente istruzioni, e quando le riceve le svaluta rapidamente e ne chiede altre, qualsiasi terapeuta osserverebbe che l’interesse a risolvere il problema è inferiore a quello di dimostrare che nessun suggerimento è efficace. Poiché per molti pazienti la richiesta di aiuto passa in secondo piano rispetto al bisogno di rappresentare un copione in cui al terapeuta è assegnato un ruolo particolare, è evidente che l’unico aiuto che può essere dato in questi casi consiste nel mostrare il gioco a chi ne è inconsapevole e nel trovare il modo di neutralizzarlo.

Stabilito che l’analisi della relazione è necessaria, nulla autorizza ad affermare che sia anche sufficiente. Non solo non esistono motivi di incompatibilità con altre modalità di intervento, ma proprio la costante attenzione per la dinamica della relazione permette di lavorare su problemi e con strumenti specifici nel modo più corretto, mirato ed efficace. Solo una sospettosità morbosa potrebbe indurre il terapeuta a pensare che qualsiasi richiesta di aiuto e qualsiasi disponibilità a collaborare concretamente su questioni e con mezzi definiti sia un tentativo di manipolazione o una richiesta infantile mascherata. L’attenzione rivolta alle interferenze inconsce nel lavoro della terapia non dovrebbe mai diventare così esclusiva da obliterare le aree dove è possibile costruire una collaborazione adulta, in cui le finalità da raggiungere e gli strumenti per farlo siano sistematicamente discussi e concordati.

Concludendo, osserviamo che se dal punto di vista empirico l’integrazione tra i due approcci si impone nella pratica anche contro le convinzioni teoriche dei terapeuti, è proprio la logica interna della relazione a richiederla nel modo più convincente. Infatti non solo il monitoraggio interpretativo del sottofondo fantasmatico della relazione prepara il terreno su cui basare qualsiasi altra procedura terapeutica; ma poi queste stesse procedure permettono di modificare quel sottofondo ben al di là di quanto sia possibile con metodi esclusivamente interpretativi, indispensabili come mezzi di conoscenza, ma troppo spesso inadeguati come strumenti di trasformazione.

Nel rapporto tra l’uomo e il suo mondo l’azione e la conoscenza sono legate da un nesso circolare: la prima promuove la seconda, che a sua volta dirige la prima. Se la conoscenza viene privilegiata a scapito dell’azione o viceversa, come troppo spesso avviene nelle scuole psicoterapeutiche, il processo globale non può che esserne impoverito.

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1. Questo brano compare una prima volta in “Al di là del bene e del male” ed è riprodotto in “Ecce homo”. La traduzione riportata è tratta da quest’ultimo testo, p. 68.