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Il nuovo sciamano

 

 

 

II. Il negoziato

 

1. Due persone si incontrano in una stanza

Due persone si incontrano in una stanza. La prima cerca aiuto per liberarsi di una sofferenza o risolvere un problema, la seconda risponde alla richiesta con i soli mezzi della relazione.

Da una parte si chiede, ma non è detto che si sappia ciò che si vuole; dall’altra si offrono risposte, tecniche di indagine o pratiche di trasformazione, ma non è certo che l’offerta corrisponda al bisogno effettivo. Si può instaurare una comunicazione autentica e produttiva, come anche un dialogo tra sordi e un tentativo di manipolazione reciproca. Da che cosa dipende che si imbocchi una strada o l’altra?

Ma prima ancora: con quali criteri è possibile stabilire se una relazione è  corretta o meno? Alcuni psicoanalisti affermano che la psicoanalisi si distingue dalla psicoterapia (cioè da tutte le altre psicoterapie messe assieme) in quanto la prima analizza il transfert, mentre la seconda lo manipola. Inversamente, alcuni autori di scuole non analitiche sostengono che tutte le tecniche interpretative sono manipolative, perché impongono ai pazienti i presupposti arbitrari in base ai quali le interpretazioni sono costruite. Così l’analisi è vista dagli uni come la via per porsi al di sopra di ogni manipolazione, dagli altri come il suo stesso fondamento(1).

Esiste un modo per sottrarsi alla trappola ideologica che ci porta a considerare giuste le cose in cui crediamo e sbagliate quelle in cui credono gli altri? Se esiste, è la consapevolezza della trappola, il riconoscimento del potenziale manipolativo implicito nel fatto stesso di porre alcunché come vero o indiscutibile. Il fatto che alcuni principi teorici o tecnici siano affermati come basilari e intoccabili può essere visto come una garanzia contro l’eclettismo e l’improvvisazione; tuttavia, se le regole del gioco non sono sin dall’inizio negoziate tra coloro che vi partecipano, si avrà una situazione in cui il più debole può ricevere aiuto solo al prezzo di una sottomissione intellettuale e affettiva al più forte: una condizione che certo non favorisce la nascita e lo sviluppo di un dialogo autentico.

Ma, si obietta, le regole debbono essere stabilite dagli esperti, che cosa ne può sapere il paziente? Il mito che fa del terapeuta il depositario della conoscenza e del paziente colui che ne è sprovvisto è alimentato concordemente da entrambi, perché ciascuno ne ricava il suo guadagno: un aumento di potere per l’uno, un calo di responsabilità per l’altro.

In realtà per negoziare un rapporto non c’è bisogno di esperti. Ad esempio il bambino piccolo e la madre sono legati da un’interdipendenza in cui ciascuno dei due ha un potere enorme sull’altro: il bambino può fare della madre la sua schiava, la madre può gettare lui nella disperazione. Ognuno ha le proprie fantasie da far valere e i mezzi per farlo. Ne può derivare una relazione feroce e immaginaria, basata sulla tirannide reciproca e sulla collusione nel difendere e alimentare a oltranza le aree in cui si coltivano le fantasie di onnipotenza. Se tuttavia la madre è attenta ai bisogni del bambino e assieme ai propri, può dare sin dall’inizio un’impronta negoziale al rapporto. Certamente in principio spetta a lei di riconoscere i rispettivi bisogni e di operare le necessarie mediazioni, ma se nel far questo si basa sui segnali che il bambino le invia si può sviluppare una relazione che entrambi contribuiscono a regolare. Il bambino che è immerso in una simile atmosfera relazionale impara a sua volta gradualmente a riconoscere i bisogni propri e quelli della madre, di modo che la sua partecipazione al negoziato quotidiano diventa sempre più diretta e consapevole. Se vediamo un bambino giustamente assertivo e insieme attento agli altri pensiamo che molto probabilmente è uscito da una scuola come questa, mentre se è capriccioso e prepotente, o viceversa sottomesso e intimidito, siamo orientati a pensare che qualcosa non ha funzionato nel rapporto con i genitori.

Al terapeuta, come alla madre, si deve certo attribuire la responsabilità maggiore che deriva dall’esperienza, ma si tratta di vedere se esiste la disponibilità a riconoscere la corresponsabilità dell’altro, bambino o paziente, nel determinare sin dall’inizio il contenuto e la forma della relazione, anche se lui stesso non la riconosce o prima ancora che giunga a riconoscerla.

2. Il contratto iniziale

Al primo incontro il terapeuta propone al paziente alcune regole generali su cui bisognerà accordarsi. In particolare, comunica di solito la regola secondo cui tutte le sedute stabilite debbono essere pagate, anche se non utilizzate per un motivo qualsiasi. Non è raro che al paziente sembri di subire un’imposizione. Alle sue proteste il terapeuta può spiegare le ragioni della proposta e ascoltare quelle che l’altro ha per rifiutarla. Può chiarire che se al paziente si lascia la possibilità di annullare le sedute per qualsiasi buon motivo, si apre un varco in cui è probabile che le resistenze consce, e soprattutto inconsce, si inseriscano incontrollabilmente. Se, a sua volta, il paziente dichiara di preferire un tipo di rapporto meno vincolante, il terapeuta non dovrebbe escludere a priori l’eventualità che questa sia la scelta migliore per lui in questo momento. E’ certamente possibile stipulare un contratto di terapia con obiettivi limitati in cui le sedute siano fissate di volta in volta(2), e riservarsi il giudizio sull’opportunità di mantenerlo o di cambiarlo in tempi successivi. Può darsi che il problema presentato sia ben circoscritto e risolvibile in poche sedute; oppure che emerga una domanda più profonda che richieda una revisione del contratto. Imporre una regola impegnativa sin dall’inizio può voler dire perdere un paziente che forse sarebbe stato trattenuto con un approccio più morbido.

La volontà di negoziare, in ogni modo, non coincide con la disponibilità ad accogliere qualsiasi richiesta e a farsi coinvolgere in ogni avventura. Esistono limiti definiti a ciò che il terapeuta sa e si sente di fare. L’importante è che questi limiti siano dichiarati e non occultati dietro principi indiscutibili, e che le regole, il cui significato all’interno dello stile di lavoro del terapeuta deve essere chiarito, non siano applicate in modo rigido.

Ad esempio una paziente di Goldberg (1987) chiese, nel corso del trattamento, di rinegoziare la questione del pagamento. La domanda era che l’analista cercasse di riempire le ore lasciate libere da lei in occasione di alcuni periodi di assenza, in modo di non dover rispondere di tutte le sedute mancate. Una richiesta del genere non è irragionevole, e deve essere valutata nel contesto e nel momento in cui viene fatta. Goldberg la trovò legittima e la accettò. Durante l’assenza che seguì, la paziente provò forte ansietà al pensiero che le sue ore erano occupate da altri. Venne in luce la fantasia che l’analista volesse liberarsi di lei, e il desiderio di restare viva nella sua mente anche quando era assente. Chiese quindi di tornare all’accordo precedente. In conclusione la disponibilità negoziale del terapeuta permise alla paziente di prendere coscienza di un’importante fantasia e di riconoscere e accettare più profondamente la propria dipendenza.

3. Setting sicuro o negoziabile

Non si tratta di lasciare spazio all’arbitrio o di mostrarsi cedevoli di fronte a richieste ritenute antiterapeutiche, ma semplicemente di non considerarsi per principio e a priori depositari della conoscenza di ciò che è o non è terapeutico, ammettendo che i tentativi del paziente di modificare le regole e i procedimenti della terapia non sono necessariamente resistenze. In tutto l’arco del trattamento, e su ogni singolo aspetto della relazione, il terapeuta può assumere un atteggiamento rigido e impositivo oppure dialogico e negoziale. Nel primo caso il terapeuta si pone come l’esperto che stabilisce modi e procedure del trattamento. Nel secondo mette a disposizione la sua esperienza che gli consente di proporre determinate tecniche o di offrire spiegazioni e interpretazioni con qualche competenza: ma in ultima analisi non sa nulla di certo e si dispone semplicemente a imparare assieme al paziente dalla relazione.

In entrambi i casi si ottengono risultati, ma la qualità è diversa. In generale i metodi autoritari sono più richiesti, più offerti e forse anche più efficaci nel produrre risultati oggettivabili e misurabili. Esistono e sono sempre esistite persone e istituzioni che con la certezza di verità che deriva loro dalla scienza o da fonti che stanno ancora più in alto trasmettono a pazienti o seguaci un senso di forza e di sicurezza che ha effetti apparentemente benefici sulla loro salute mentale. Ad esempio Langs (1986), che applica delle regole molto rigide nel suo lavoro, sostiene che

“il setting sicuro dà al paziente una forte sensazione di holding e di contenimento e favorisce un salutare funzionamento dell’Io. Esso dà al paziente l’immagine di un terapeuta sano…”(3).

Le persone insicure, come sono per lo più coloro che si rivolgono a uno psicoterapeuta, sono attratte dalla sicurezza delle guide forti e decise e si affidano volentieri, se pure in modo ambivalente, alla loro direzione. Tuttavia il valore terapeutico di una rassicurazione del genere è almeno discutibile, così come l’immagine di un terapeuta sano non corrisponde necessariamente a una condizione di effettiva salute.

I terapeuti che si preoccupano di creare un settino(4) molto sicuro assomigliano alle madri iperprotettive, che pensando di rassicurare il figlio in realtà rassicurano sé stesse. Molti oggi difendono il rigore del setting in un modo che sembra a tratti ossessivo, ed è comprensibile, “giacché, ora, è la cornice a determinare il quadro e non viceversa” (De Maria, 1988): non essendoci più alcun accordo sul quadro, la difesa strenua della cornice è tutto ciò che rimane per evitare la polverizzazione di un’identità. Tuttavia sembrerebbe più realistico riconoscere che quell’identità è già finita in polvere e iniziare la ricostruzione a partire dai frammenti, piuttosto che insistere nel puntellare un simulacro.

La crescita ha bisogno di protezione ma anche di rischio. Questo significa che il terapeuta deve offrire al paziente una cornice relazionale ragionevolmente sicura, ma deve essere anche disposto a  metterla in gioco e a rinegoziare le regole quando lo sviluppo della relazione lo richieda. Questo a sua volta esige sensibilità, coraggio e indipendenza di giudizio, qualità che l’addestramento dei terapeuti dovrebbe tenere nella massima considerazione. Che ciò sia necessario sono tutti d’accordo, ma non è detto che la pratica sia in sintonia con l’affermazione di principio. Ha scritto Balint:

“Ciò che noi consciamente ci proponiamo di conseguire presso i nostri candidati è lo sviluppo di un Io forte e critico. Le caratteristiche del nostro comportamento come analisti didatti, nonché il nostro sistema di training, vanno in direzione del tutto contraria a questo traguardo conscio: le cose funzionano in maniera tale da condurre sicuramente il candidato ad un indebolimento di queste funzioni dell’Io”(5).

4. Il significato della manipolazione

La distinzione tra metodi autoritari e negoziali non può essere netta, perché anche i più rigidi sono costretti a venire a patti quando si trovano a un punto morto, mentre è difficile trovare un democratico senza qualche zona oscura di autoritarismo. Tuttavia in linea di principio la distinzione esiste ed è importante che sia chiara. Infatti, stabilito che la relazione psicoterapeutica è in effetti un’interazione, e che i terapeuti interagiscono coi loro pazienti in una gamma vastissima, virtualmente illimitata di modi, sarebbe desiderabile, particolarmente dal punto di vista dei pazienti, un criterio che permetta di stabilire quali di queste azioni sono corrette e quali no. L’assenza di un tale criterio favorisce la consumazione di ogni sorta di abusi, spesso provvisti di regolare copertura scientifica, e parallelamente la proliferazione di una selva di criteri settoriali, perché naturalmente ogni scuola fornisce il proprio.

L’atteggiamento che sta alla base di ogni manipolazione può essere visto nella pretesa di sapere a priori di che cosa un altro ha bisogno, si tratti del superamento del complesso di Edipo o della correzione di malapprendimenti o di qualsiasi altra cosa, senza dargli la possibilità di contribuire alla definizione e alla regolazione del rapporto con i suoi messaggi espliciti o impliciti, ma forzandolo a seguire una traccia predisposta. Ne consegue che possiamo considerare scorretta, cioè manipolativa, ogni modalità non negoziata di relazione psicoterapeutica, indipendentemente dagli effetti che produce.

Il criterio enunciato stabilisce che una relazione non negoziale non è realmente psicoterapeutica. Questo non significa, naturalmente, che una relazione non psicoterapeutica sia automaticamente manipolativa o scorretta. Infatti un individuo o un’istituzione persuasi di avere l’investitura, il messaggio, il metodo o la formula della salvezza, o più modestamente della salute mentale, possono legittimamente proporla a chiunque voglia approfittarne. Posto che tali vie siano offerte in un regime di libera concorrenza, chi decide di sceglierne una sa in anticipo di imboccare una strada già tracciata e lo fa a proprio rischio. La differenza sostanziale tra queste proposte e la psicoterapia sta nel fatto che l’accento è sull’offerta nelle prime, sulla domanda nella seconda. Nel primo caso non si pone il problema di ascoltare realmente, cioè nel senso di Bion, la domanda, perché la risposta è già data in partenza, e la domanda dovrà solo adeguarsi. Nel secondo caso non ci sono risposte prestabilite, ma solo la disponibilità ad ascoltare e ad accompagnare il richiedente in un’esplorazione che coinvolga e metta in gioco entrambi. Va detto che questa seconda opzione presuppone nel terapeuta la scelta di affidarsi a un cammino in cui le risposte saranno trovate oppure no, ma sul quale in ogni caso la ricerca, e dunque il non sapere, sono privilegiati rispetto al già noto. Anche l’atteggiamento psicoterapeutico, pertanto, implica una scelta iniziale, ed è proprio la particolarità di questa scelta a distinguerlo da altri.

Il criterio della regolazione del rapporto in base alla domanda del paziente, e la scelta che sottintende, definiscono una relazione autenticamente psicoterapeutica. Al di fuori di tale scelta abbiamo una varietà di metodiche non dialogiche che possono essere considerate proposte legittime, quando i loro presupposti e articoli di fede siano dichiarati apertamente, e pratiche manipolative, nel caso contrario.

5. Relazione autentica o stereotipata

La distinzione che è stata proposta, tra psicoterapia autentica e pratiche di trasformazione preordinate oppure manipolative, è molto vicina alla descrizione data da Peterfreund (1983) dei due tipi di processo terapeutico: stereotipato ed euristico.

“Lo scopo principale dell’approccio stereotipato è quello di applicare al paziente sottoposto a trattamento un complesso accettato di teorie cliniche. Generalmente si pensa che questa metodica rappresenti l’analisi freudiana ‘classica’. Lo scopo fondamentale dell’approccio euristico  euristico nel senso che serve a scoprire o apprendere  è quello di avviare e favorire un processo in cui paziente e analista operano assieme per apprendere, scoprire e comprendere quanto più è possibile intorno al singolo paziente (p. 15)… Sebbene molti analisti non operino secondo metodi stereotipati, l’impressione generale che emerge dalla letteratura è che l’approccio stereotipato al processo psicoanalitico sia la psicoanalisi  il processo terapeutico psicoanalitico ‘classico’. Le due cose, infatti, sono identificate sia da coloro che sono ben disposti verso la psicoanalisi, sia da coloro che la criticano (p. 64)”.

I due tipi di approccio sono descritti da Peterfreund con riferimento alla sola psicoanalisi, ma in effetti questa distinzione attraversa tutto il campo psicoterapeutico ed è valida per tutte le scuole. E’ giusto contrapporre il modo euristico al modo stereotipato, se rispetto alle varie dimensioni della relazione psicoterapeutica viene privilegiato l’asse conoscitivo, come avviene nella psicoanalisi. In una considerazione globale del processo, tuttavia, alla stereotipia si contrappone un’apertura all’esperienza della relazione in tutti i suoi aspetti: cognitivo, affettivo, interattivo, esistenziale nel senso più ampio. In tal modo l’approccio stereotipato è messo in contrasto con una modalità autentica di rapporto che è certamente euristica, ma non solamente euristica, dal momento che l’apertura dialogica e negoziale vale per tutti i livelli dell’interazione. Questo significa, in particolare, che non è possibile separare nettamente una cornice dal processo di esplorazione e conoscenza che in essa si svolge, perché la cornice è essa stessa parte dell’interazione: infatti essa è fissa e immutabile nell’approccio stereotipato, mentre nel modo negoziale è concordata e può essere modificata nel corso del processo in funzione dello sviluppo della domanda.

Due categorie di pazienti sono ben note a ogni terapeuta. I primi si caratterizzano per la pretesa che il terapeuta soddisfi i loro bisogni o desideri affettivi, mentre i secondi mostrano atteggiamenti di collaborazione asettica e compiacente, apparentemente privi di coinvolgimento personale. Esistono anche pazienti che oscillano tra un estremo e l’altro, o mescolano i due modi nelle combinazioni più diverse. L’abbandono di queste modalità inautentiche di rapporto coincide con l’uscita dalla logica del tuttoonulla e con l’entrata in un ambito negoziale, in cui si viene a patti con la realtà della relazione. L’uscita dalla dimensione immaginaria, tuttavia, è impossibile se non esiste una realtà relazionale in cui entrare. Qualsiasi posizione rigida e dogmatica del terapeuta, sia essa teorica o tecnica, definisce delle aree non negoziali, cioè modalità di relazione con cui non è possibile venire a patti e che pertanto favoriscono la permanenza nell’immaginario.

Assumere un atteggiamento negoziale significa, per il terapeuta, non dare niente per scontato, a cominciare dalle regole generali che fanno da cornice alla relazione terapeutica. Se lo spirito del terapeuta è quello di non imporre e non lasciarsi imporre niente, è evidentemente esclusa la possibilità che esistano regole intoccabili. Per esempio non è terapeutico imporre al paziente di sdraiarsi su un divano o di star seduto su una sedia, mentre lo è proporgli una cosa o l’altra (se è possibile) ed essere pronti a trattare. Per non cadere dal dogmatismo all’empirismo, tuttavia, oltre che di un divano e di una sedia bisognerebbe poter disporre anche di un criterio per decidere quando proporre l’uno e quando l’altra.

Il setting psicoterapeutico non è composto da regole, ma da criteri generatori di regole, cioè principi in base ai quali negoziare di volta in volta le regole da dare alla relazione. Di questi saranno esaminati i principali.

 

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1. Un esempio per parte: Gill, 1984; Rogers e Kinget, 1965.

2. Ovviamente se il paziente non garantisce la continuità delle sedute, nemmeno il terapeuta può garantirla a lui. Inoltre in questo tipo di contratto il paziente potrebbe essere messo di fronte al fatto che il costo della seduta varia a seconda che sia parte di una serie continuativa o meno. Affrontando sin dall’inizio la questione del pagamento, il terapeuta indossa la maschera sociale del professionista, che si è dimostrata particolarmente adatta per un tempo in cui il denaro è l’unico valore universalmente riconosciuto. Se questa maschera non può essere indossata, come nelle strutture pubbliche, in cui l’utente chiede la psicoterapia come un servizio di cui immagina di avere diritto, le cose procedono con maggiore difficoltà.

3. La posizione di Langs è singolare. Da un lato questo autore ha dato un importante contributo al riconoscimento della natura profondamente interattiva della relazione psicoterapeutica, che è regolata dalla percezione cosciente o inconscia da parte di ciascuno dei membri della coppia terapeutica del comportamento dell’altro. Langs ha giustamente insistito sulla capacità percettiva inconscia, che la psicoanalisi classica ha trascurato privilegiando nettamente, nell’inconscio, la funzione di distorsione su quella di percezione. In particolare il paziente fornisce al terapeuta una quantità di informazioni che, opportunamente decifrate, consentirebbero a questi di correggere gli inevitabili errori di conduzione della terapia. La portata innovativa di queste osservazioni è tuttavia fortemente limitata, e anzi nettamente contraddetta, dalla posizione ideologica di Langs, secondo il quale la proposizione di un setting “sicuro”, cioè molto rigido, atto a suscitare angosce di tipo claustrofobico e paranoide, è giusta e necessaria, oltre che per la ragione citata sopra, anche e soprattutto per portare il paziente a sperimentare l’angoscia di morte che è alla base della sua “follia”. Qualsiasi comunicazione del paziente che metta in discussione la validità universale di un setting del genere è invalidata a priori, perché Langs non ha alcun dubbio sulla verità della propria teoria sulla follia, né sulla modalità tecnica che ne deriva. Così da un lato si riconosce al paziente la capacità di percepire correttamente la realtà della relazione, dall’altro questo riconoscimento è vanificato dall’assunto che la percezione del paziente è corretta solo se coincide con le convinzioni del terapeuta.

4. Nella letteratura psicoanalitica non esiste un solo termine cui corrisponda un significato univoco. Per quanto riguarda il setting, “si spazia tra un’accezione riduttiva, di meri accorgimenti tecnici per quanto imprescindibili, ed una tanto estensiva da disperderne la peculiarità” (Ferraro e Genovese, 1986). Secondo gli stessi autori la definizione più generale è questa: “l’insieme delle condizioni formali e contrattuali che fanno da cornice al lavoro analitico, rendendolo possibile in un ambito spazio temporale definito”.

5. Balint (1947) è citato da Cremerius (1986), secondo il quale il sistema di training dell’istituzione psicoanalitica è espressione di una politica di potere, come si può rilevare dal processo di selezione, che è “irrazionale e inumano”, una barriera che può essere superata solo da chi “si adatta e si sottomette”,  e dall’analisi didattica, che approfondisce il “processo di infantilizzazione” iniziato con la selezione.

       Secondo Kohut (1984, p. 160 e sg) l’analisi didattica è all’origine della “malattia della psicoanalisi” da cui sono affetti tutti i gruppi psicoanalitici di sua conoscenza. Si tratta di una addiction, cioè dipendenza morbosa, dal tipo particolare di salute e benessere che un analista acquisisce al termine della sua analisi didattica, e che è inestricabilmente connesso con la sua identità professionale. Questa a sua volta si basa su di un insieme di “credenze teoriche” che gli vengono trasmesse dal suo analista didatta, e che dovranno essere difese con ogni energia, perché da esse dipendono l’identità professionale, e quindi la salute e il benessere. Pertanto “egli le difenderà lealmente, mostrando ostilità e disprezzo verso coloro che non le condividono”. Di qui l’esistenza dei gruppi psicoanalitici “che si fanno la guerra, si disprezzano e si temono”. Tutto ciò deriverebbe, secondo Kohut, da un transfert narcisistico insufficientemente analizzato su un ideale personificato, come Freud o altri capiscuola, o su un particolare corpo dottrinario.

       Le difficoltà dell’analisi didattica sono ben note agli analisti, che propongono nei loro scritti diversi tipi di diagnosi e cura. Si può osservare che, se è vero che ogni forma di dogmatismo è riconducibile all’incapacità o al rifiuto di tollerare l’ansia di non sapere, ogni tentativo di cura che proponga nuove certezze è destinato a fallire. Se lo spazio dell’ascolto non è lasciato insaturato, ma  per horror vacui è riempito con le dottrine in nome delle quali i gruppi psicoanalitici si fanno la guerra, sembra inevitabile che da quelle dottrine prendano origine i processi di indottrinamento in cui troppo spesso consiste l’analisi didattica (Kernberg, 1986), e di conseguenza anche l’analisi che dovrebbe essere terapeutica.