Tullio Carere Comes >> |
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Il nuovo sciamano
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V . L’immaginario e il reale
1. Verità e narrazione La psicoterapia moderna è nata nello scarto tra narrazione e verità storica prodotto da una scoperta decisiva di Freud: le storie di seduzione che gli venivano raccontate con sorprendente frequenza erano in effetti delle fantasie, il cui rapporto con fatti eventualmente accaduti era almeno problematico. Ogni paziente deve rifare per conto proprio questa scoperta. Chi inizia una terapia per lo più è convinto che le cose stiano sostanzialmente come le riferisce: tra la cosa e la descrizione della cosa la distanza è minima o assente. Se il terapeuta non avalla né contraddice, ma si limita a far notare che i dati riferiti, e quelli osservati nel corso dell’interazione, possono essere interpretati in modi diversi, il paziente è aiutato ad abbandonare la posizione del realismo ingenuo, che identifica immediatamente vissuto e realtà, a favore di un atteggiamento più critico che ammetta la possibilità di descrivere o rappresentare gli avvenimenti in più modi. Se invece il terapeuta pensa di possedere la chiave che permette di giungere alla vera realtà dei fatti ad esempio crede di identificare in un conflitto pulsionale, una situazione di malapprendimento o una madre poco empatica la realtà che sta “dietro” o “sotto” le fantasie del paziente le interpretazioni che in base a questo assunto vengono proposte tendono a suggerire al paziente che una visione distorta delle cose deve essere abbandonata a favore di una corretta: quella del terapeuta. Non è improbabile che il paziente, dopo una lotta forse accanita, ma impari, finisca per accettare la visione del mondo che gli viene offerta. Se tuttavia il paziente ha rinunciato alle proprie fantasie solo per adottare quelle del terapeuta, il risultato dovrà essere misurato su una scala di adattamento, piuttosto che di realtà o verità. Un antidoto efficace, contro l’operazione che tende a sostituire al realismo ingenuo del paziente il realismo “scientifico” del terapeuta, può essere trovato nell’orientamento ermeneutico di tipo narratologico(1) (Fossi, 1984). Colui che lo adotta non è depositario di alcuna verità, ma insieme al paziente rivisita, decostruisce e ricostruisce le narrazioni in cui si è incarnata la sua identità. Storie vecchie o attuali, cariche di sofferenze e sconfitte, lacunose e insensate, possono essere rinarrate recuperando esperienze dimenticate, valutando e organizzando diversamente i fatti, trovando nuovi significati e aperture. In questa prospettiva il soggetto guadagna un distacco narrativo dai propri vissuti e, identificandosi col narratore, si riconosce almeno corresponsabile del proprio destino. La realtà storica e fattuale, nell’orientamento ermeneutico, è dissolta in una molteplicità di interpretazioni o narrazioni la cui validazione ha luogo all’interno dell’orizzonte soggettivo dei bisogni, delle scelte e dei progetti. Mentre per il realismo ingenuo approdare alla realtà significa uscire dal mondo delle fantasie private per ancorarsi al terreno solido dell’oggettività, nella prospettiva narratologica uscire dall’immaginario, cioè dal mondo in cui il soggetto è agito dai propri vissuti, significa smettere i panni del personaggio e indossare quelli dell’autore della storia. Questo non significa, peraltro, aderire a qualche forma di soggettivismo, perché qualsiasi tipo di conoscenza presuppone in ogni caso un soggetto conoscente e un oggetto conosciuto. La differenza sta in questo: mentre il realismo ingenuo, in tutte le sue forme, crede nell’esistenza di oggetti che stanno nel mondo e hanno una realtà propria indipendente da un eventuale soggetto che li osservi, e quindi pensa di poter dare una descrizione oggettiva delle cose che lasci fuori il soggetto che la produce, alla posizione ermeneutica non sfugge l’indissolubilità del nesso che lega l’oggetto al soggetto: questo significa che si descrivono certo degli oggetti, ma solo nell’interazione coi rispettivi soggetti, ben sapendo che quelle descrizioni hanno senso e possono essere verificate o falsificate solo all’interno del punto di vista da cui sono state generate. E come non esistono punti di vista assoluti, così non esistono nemmeno descrizioni assolutamente oggettive. In ultima analisi la prospettiva ermeneutica ristabilisce semplicemente l’equilibrio tra soggetto e oggetto che il realismo ingenuo altera a favore dell’oggetto (e l’idealismo ingenuo a favore del soggetto). L’approccio narratologico evita il corto circuito che instaura l’identità tra rappresentazione e oggetto. Siamo in un ambito non solo più congeniale, ma probabilmente obbligato per il terapeuta, se si considera che la messa tra parentesi, o in gioco, di qualsiasi rappresentazione della realtà è la scelta costitutiva dell’operazione psicoterapeutica: l’adesione a una rappresentazione della realtà di qualsiasi tipo, mitologica, religiosa o scientifica, inficia la possibilità dell’ascolto radicale e introduce un elemento di suggestione ineliminabile, dal momento che lo stesso terapeuta ne è preso e non può uscirne senza che gli manchi il terreno sotto i piedi. Ancora una volta si deve ricordare l’aporia di tutte le terapie suggestive, inclusa la psicoanalisi nella sua versione “scientifica”: il rifiuto del vuoto implica di necessità l’aggrappamento a un pieno qualsiasi, teoria mito o dogma, che si trasforma in una presenza condizionante di cui non ci si potrà mai sbarazzare, se non per aggrapparsi ad altro. 2. Il piano pragmaticoconsensuale L’ermeneutica narratologica è un passaggio obbligato per lo psicoterapeuta, ma può essere anche un punto d’arrivo? Si può vivere in un mondo di puri racconti, senza cose e persone vere? Dopo che il campo è stato liberato dalle posizioni del realismo ingenuo o scientifico, è possibile chiedersi quale sia il luogo della verità nella psicoterapia. Distinguiamo due livelli. Innanzitutto le costruzioni (ipotesi, interpretazioni o narrazioni) sono sottoposte a continui processi di validazione o invalidazione sul piano pragmaticoconsensuale. Il valore di una costruzione, su questo piano, consiste nella sua capacità di ordinare i dati disponibili in configurazioni significative, di facilitare nuove scoperte, di stabilire connessioni causaeffetto, di risolvere problemi specifici. Inoltre, per poter dispiegare i suoi effetti, cioè per diventare operativa, una costruzione deve essere anche convincente, cioè bisogna che giunga a destinazione e sia accettata dal paziente. A questo primo livello la comunicazione è regolata da una circolarità pragmaticoconsensuale, nel senso che il discorso terapeutico è efficace in quanto ottiene consenso, ed ottiene consenso in quanto è efficace: vale a dire, una costruzione è accettata perché offre un senso più soddisfacente per una data esperienza o perché si dimostra capace di produrre nuovo materiale o certi risultati; ma d’altra parte produce i suoi effetti perché in primo luogo è stata accettata. E’ lo stesso principio per cui ad esempio un codice morale, cioè un metodo di interpretazione e valutazione del comportamento, è valido in quanto è accettato da una certa comunità in un certo periodo storico, ma inversamente è accettato perché si dimostra capace di regolare la condotta dei singoli appartenenti a quella comunità. A un primo approccio paziente e terapeuta sono due individui che si fronteggiano, ciascuno fornito di una propria descrizione o rappresentazione della realtà. Perché il lavoro possa avere inizio, bisogna che i due mondi abbiano almeno qualche elemento in comune. Partendo da questa base minima di rappresentazioni condivise, si cerca di allargarla. Rinunciando a far valere la verità delle proprie, il terapeuta cerca di indurre l’altro a fare altrettanto, in modo che possa aprirsi uno spazio relazionale in cui esplorare le ipotesi o narrazioni da mettere a confronto con quelle in cui si è irrigidita l’identità del soggetto e che affiorano via via. Posto che l’immaginario è il mondo delle immagini o rappresentazioni di sé e degli oggetti in cui il soggetto, alienandosi, si è identificato, il reale di cui si tratta a questo primo livello è il mondo delle rappresentazioni negoziate e condivise tra terapeuta e paziente. In questa fase il soggetto è in parte incoraggiato e in parte spinto a uscire dall’onnipotenza egocentrica (o superegocentrica)(2) e a confrontarsi con un altro punto di vista. Il paziente trasmette un flusso continuo di informazioni sulla sua esperienza del rapporto. Se ad esempio, in modo diretto o cifrato, dice “non essermi ostile”, il terapeuta può interpretare il messaggio come una dispercezione provocata dall’interferenza di fantasmi del passato, escludendo a priori che possa trattarsi almeno in parte di una percezione corretta della relazione attuale. Ciò accade se il terapeuta non è in contatto con la realtà della relazione, ma è diretto dall’immaginario della propria teoria. Come hanno mostrato, tra gli altri, Langs (1982) e Gill (1984), il paziente risponde al comportamento effettivo del terapeuta; le risposte alla situazione attuale debbono essere innanzitutto e apertamente riconosciute perché su questo sfondo possano essere poi evidenziate le interferenze inattuali. Se il terapeuta comincia con l’esaminare quale proprio comportamento sia stato percepito come ostile, e riconosce che la percezione può essere corretta dal punto di vista del paziente, sono poste le premesse perché la situazione possa essere riesaminata da punti di vista differenti. Si entra nell’ambito negoziale quando entrambi i partner della coppia terapeutica rinunciano a far valere come esclusiva la propria visione delle cose, rendendo possibile un confronto tra modi diversi di interpretare e organizzare l’esperienza: da tale confronto posto che siano state create le condizioni che lo rendono possibile risulterà evidente che alcuni modi concordano più di altri con i dati disponibili, e si potrà fare un bilancio tra i vantaggi e i costi di ciascuna scelta. Come risultato potrebbe accadere, nel nostro esempio, che il paziente abbandoni determinate aspettative la cui frustrazione comporta la percezione dell’altro come ostile; ma potrebbe essere il terapeuta a dover riconoscere la fondatezza di talune richieste, e a modificare di conseguenza il proprio comportamento. Il punto da chiarire è che non c’è modo di stabilire in anticipo se le aspettative del paziente sono fondate o meno. A meno che non si tratti di richieste, ad esempio di gratificazione sessuale o di aiuto materiale, la cui soddisfazione collocherebbe ovviamente la relazione al di fuori del campo psicoterapeutico, il modo di rispondere a una vasta gamma di domande può essere stabilito solo nel contesto in cui queste sono poste. Se il paziente chiede un consiglio, il terapeuta può darlo oppure no: ciò che conta è chiarire se il paziente ne ha effettivamente bisogno, o se al contrario si serve di quella richiesta per un suo particolare gioco, che deve essere riconosciuto e mostrato. Il fatto che due persone concordino nel considerare soddisfacente una certa descrizione della realtà, in ogni modo, non è una prova della verità in sé di quella versione: potrebbe anche essere una folie à deux. Neppure il fatto che il paziente migliori è probante: tutte le scuole psicoterapeutiche ottengono risultati analoghi somministrando ai pazienti interpretazioni o ipotesi dei tipi più diversi. Questo non significa che disporre di narrazioni o miti personali soddisfacenti sia inutile: al contrario è necessario, ma è importante aver chiaro che in questa costruzione ci si muove su un piano di realtà consensuale, il cui contenuto di verità è relativo alle regole di verificazione e falsificazione che si è convenuto di adottare. E’ decisivo, a questo livello, il modo in cui si procede per ottenere il consenso. Quanto più rigidamente il terapeuta aderisce ai propri assunti di base, tanto più il metodo sarà di tipo suggestivo, nel senso che sul paziente verrà esercitata una pressione palese o occulta perché accetti i medesimi assunti. Quanto più, viceversa, il terapeuta è disposto a mettere in gioco il proprio assetto teorico e tecnico, tanto più la relazione si deciderà sul piano del confronto e del dialogo. E’ evidente che se il confronto prevale sulla suggestione il consenso che si ottiene riflette un certo grado di uscita dall’immaginario, mentre non è probabile che questo sia il caso nell’ipotesi contraria. In ogni modo, ciò cui si può giungere sul piano pragmaticoconsensuale è pur sempre una verità relativa al soggetto o ai soggetti coinvolti nell’interazione, ai dati disponibili e ai criteri scelti per valutarli. Tale limitazione, del resto, è la stessa cui debbono sottostare anche le scienze naturali. Se si considera che anche la più consolidata delle teorie scientifiche può essere ritenuta vera solo relativamente ai dati noti, e che esiste un numero virtualmente infinito di dati tuttora ignoti che potrebbero confutarla, ne consegue, come ha chiarito l’epistemologia postpopperiana, che “non può esserci alcuna conferma empirica di tipo verificazionistico o quasiprobabilistico delle ipotesi scientifiche” (Watkins, 1984, p. 12); tutto ciò che possiamo affermare è che “per una persona posta di fronte all’evidenza e è razionale accettare un’ipotesi incerta h se h può essere vera e fornisce la migliore spiegazione disponibile di e” (p. 13). In altre parole, dobbiamo accontentarci di stabilire che una certa costruzione non è palesemente falsa e accordarci sul criterio in base al quale decidere se è o non è migliore di un’altra. 3. La cosa in sé Può bastare? Il realismo ingenuo che tanto spesso accomuna pazienti e terapeuti sembra accennare a un bisogno insuperabile di realtà o verità assolute. Questo bisogno, se è rimosso, ritorna poi facilmente sotto forma di dogmatismo. E’ possibile dare, a questo bisogno, risposte non ingenue e non nevrotiche? Le risposte, se esistono, non possono certo essere trovate sul piano sensopercettivo e rappresentativo che è stato ora descritto. E’ necessario considerare un secondo livello di accesso al reale, in cui l’attenzione non è rivolta in primo luogo ai contenuti dell’esperienza, ma al modo di essere del soggetto, alla sua autenticità. La cosa in sé, la realtà ultima che non può essere colta mediante le categorie della percezione e del pensiero, entro le quali la frattura che separa il soggetto dall’oggetto non è mai ricomposta, è per definizione e per essenza inconoscibile, ma non per questo irrimediabilmente perduta. Riprendiamo ancora una volta la formula F in O di Bion. Essa indica la possibilità di una decisione, un atto di apertura all’ignoto. Con l’espressione “fede filosofica” Jaspers(3), che ha messo a frutto la lezione nitzscheana, ha indicato la stessa possibiltà e, al pari di Bion, l’ha distinta nettamente dalla fede religiosa. Come per il filosofo ogni cosa può essere cifra dell’essere, così il terapeuta in ogni singolo elemento del campo relazionale può sentire la parola dell’Altro(4). Nella fede religiosa, invece, alcune cifre sono concretizzate: cessano di essere semplicemente linguaggio dell’essere, persone oggetti o eventi di valore simbolico, punti di richiamo e di passaggio verso la totalità, e diventano oggetti sacri, da venerare in quanto tali. Non si tratta di affermare la superiorità della fede filosofica sulla fede religiosa, ma di mostrare la sostanziale affinità della prima con l’operazione psicoterapeutica, in cui è basilare lasciare insaturato lo spazio dell’ascolto. La fede filosofica si distingue anche dalla fede scientifica, il cui assunto di base è che ogni mistero possa prima o poi essere svelato e portato nel recinto del conosciuto. Per le finalità della psicoterapia, lo scienziato confida troppo nel potere della conoscenza, l’uomo di religione troppo poco; in mezzo sta il terapeutafilosofo, che esercita la potenza critica dell’intelletto fino in fondo e in totale libertà per mettere in dubbio qualsiasi assunto, ma si arresta e rimane in silenzio quando giunge al limite di ciò che può essere detto. Sul piano pragmaticoconsensuale la realtà è intersoggettiva: è la descrizione su cui due o più soggetti si accordano, mediando tra i rispettivi interessi e punti di vista. Nel momento in cui il soggetto rinuncia ad affermare come incondizionatamente giuste le proprie richieste e veri i propri modi di vedere, pur senza cancellare né questi né quelle, si può instaurare il confronto e il dialogo in cui consiste la prima uscita dall’immaginario. A questo livello si svolge un negoziato tra soggetti che hanno superato la fase della contrapposizione immaginaria e sono disposti a mediare tra posizioni che in ogni modo continuano ad essere affermate, se pure con spirito pragmatico. In una dimensione radicalmente diversa si entra se si procede oltre, in direzione dell’esperienza autentica. L’importanza del negoziato è duplice: serve per ottenere il possibile e per giungere al limite di ciò che è possibile ottenere. L’esperienza limite, ha mostrato Jaspers, è essenziale per il passaggio all’esperienza autentica, in cui viene abbandonato il tentativo di costringere le cose a corrispondere al desiderio. Solo al soggetto che non vuole afferrarle le cose possono mostrarsi come sono. La verità (aletheia) è un concetto negativo: non può essere detta, cioè catturata dal linguaggio, ma può essere svelata o rivelata, cioè liberata dalle mistificazioni che il soggetto costruisce nel tentativo di impadronirsene o difendersene. Il vero non può mai coincidere con il conosciuto, perché la verità non appartiene all’ordine conoscitivo, ma a quello esistenziale. Il paradosso, per il quale la verità non può essere detta ma può essere mostrata, non è conoscibile ma può rivelarsi, è generato dall’ambivalenza della parola, che può essere segno e simbolo. Nella sua funzione significante, la parola esprime un significato che a sua volta designa una cosa. Nella funzione simbolica, invece, la parola è portatrice di un senso duplice o molteplice: un senso primario, letterale, manifesto rinvia a un senso ulteriore che il primo nasconde o rivela (Ricoeur, 1965, p. 25). Gli oggetti dell’universo pratico possono essere designati in modo univoco: un tavolo è un tavolo, la sua identificazione non pone problemi. La bellezza e la verità, invece, non sono entità descrivibili, ma esperienze che presuppongono la partecipazione totale del soggetto. Il linguaggio in questo caso può solo indicare, accennare, farsi tramite per un’esperienza che nessuna parola può definire o racchiudere. L’interpretazione è, propriamente, l’operazione mediante la quale il senso latente in un discorso o un comportamento viene decifrato e mostrato. La verità non sta nel contenuto dell’interpretazione, ma in ciò che, grazie ad essa, può essere visto (insight). Ugualmente, la verità della visione non è in ciò che si dice di vedere: qualsiasi cosa si veda, qualcun altro potrà sempre dire di vederla diversamente. E’ piuttosto nella sua qualità: è vero ciò che vede uno sguardo limpido, non offuscato da desiderio o paura. La verità si mostra a chi non vuole dimostrarla. Il soggetto che vuole essere qualcuno o possedere qualcosa deve affermare la propria identità o dimostrare il proprio diritto al possesso. Solo se queste esigenze sono lasciate temporaneamente da parte il soggetto, che almeno per un momento non è nessuno e non possiede niente, si scioglie dai legami che falsificano la visione. L’esistenza autentica, in cui il soggetto si apre alla verità che lo oltrepassa, è la posta in gioco finale della psicoterapia. E’ una posta che non può mai essere vinta; ogni tentativo di farla propria non fa che allontanarla. Lo scacco cui vanno incontro tutti gli assalti alla verità, se riconosciuto, apre la strada alla resa senza condizioni che è la porta d’accesso all’esperienza dell’incondizionato: dell’essere come si mostra quando i modi in cui si tentava di condizionarlo sono riconosciuti e abbandonati. 4. La parola e il silenzio Il piano pragmaticoconsensuale su cui si tentano i primi passi fuori dell’immaginario è, per così dire, l’anticamera della realtà, o l’area transizionale tra l’immaginario e il reale. Per molti pazienti e molti terapeuti questo basta. Ha scritto Lacan (1949): “La psicoanalisi può accompagnare il paziente fino al limite estatico del ‘Tu sei questo’ in cui gli si rivela la cifra del suo destino mortale; ma non sta al solo nostro potere di esperti in quest’arte il condurlo al momento in cui comincia il vero viaggio”. Certamente, non sta solo al nostro potere condurre il paziente davanti a quella soglia, ma se altri poteri congiurano perché vi si arrivi, il terapeuta dovrà decidere se varcarla per accompagnare il suo paziente o ritirarsi e lasciare che questi si cerchi altri compagni. Così Cooper (1987) descrive la tendenza più recente, “romantica”, della psicoanalisi: “Paziente e analista partono per una ricerca nell’ignoto e, che uno di loro ritorni o meno col Santo Graal, essi ritornano con molte nuove storie da raccontare e una nuova esperienza di vita”. Se, come già notava Binswanger(5), molti oggi preferiscono condurre in uno spazio psicoterapeutico, piuttosto che religioso, la ricerca essenziale, questo può accadere perché il terapeuta è percepito spesso come il compagno di scelta per il vero viaggio, dunque come l’erede legittimo degli antichi sciamani. Che poi egli voglia o non voglia accettare il ruolo che gli è attribuito, che ne sia o meno all’altezza, che ammetta la propria incompetenza o preferisca invalidare la domanda, è un’altra questione. Nell’area transizionale la verità o realtà di cui si parla è tipicamente pragmatica e convenzionale; al di là di essa non c’è più nulla da negoziare, si può procedere solo lasciandosi sorprendere dall’esperienza. Per viaggiare nell’ignoto, d’altra parte, è necessaria una grande vigilanza, dal momento che non si può più contare su alcun riferimento noto. Per dirla con Lévinas, bisogna passare dalla coscienza alla veglia. La coscienza, come Freud (1922) ha mostrato, è un fenomeno essenzialmente verbale: si diviene coscienti di un contenuto mentale inconscio legandolo a una rappresentazione verbale. La coscienza è un “mondo di parole” mediante il quale duplichiamo il “mondo di cose” che percepiamo (Jaynes, 1976). Questa duplicazione ci consente un primo grado di libertà rispetto all’identificazione immediata con l’esperienza vissuta; se tuttavia restiamo imbrigliati nelle parole con cui abbiamo imbrigliato l’esperienza, la coscienza diventa una malattia. Se per essere coscienti dobbiamo continuare a parlare, la parola esaurisce il suo potenziale liberatorio e diventa ossessiva. La coscienza ha una sua funzione fisiologica nel cammino dall’incoscienza alla veglia. Se ci si arresta nel punto intermedio, l’energia che ci spinge avanti comincia a ruotare su sé stessa, imprigionandoci. Non possiamo più smettere di parlare, per paura di ricadere nell’inconscio, a meno di non avere iniziato a scoprire, oltre la coscienza, la veglia o consapevolezza(6). La coscienza vuole parole, la vigilanza preferisce il silenzio. Nel percorso che conduce l’uomo a sé stesso bisogna imparare prima a parlare, e poi a tacere. Non si tratta di privilegiare la consapevolezza rispetto alla coscienza, o il silenzio rispetto alla parola, ma di capire che la parola piena è una parola che continuamente si immerge nel silenzio e ne riemerge. Affacciandosi sul limite del silenzio, la parola cessa di essere denotativa e connotativa, come nella sua funzione pratica e convenzionale, per farsi evocazione e invocazione. Si evoca il ricordo, si invoca il ritorno di ciò che è stato perduto. E’ la parolasimbolo, parola poetica e profetica, ponte sospeso tra l’universo delle cose note e l’ignoto. Come ha chiarito Bion, il terapeuta “deve centrare la propria attenzione su O, l’ignoto e l’inconoscibile”, anzi deve diventarlo, deve lui stesso “diventare infinito grazie alla sospensione della memoria, del desiderio e della comprensione”(7). Operare una “trasformazione in O” significa creare uno spazio di vuoto e di silenzio in cui possa avere luogo l’esperienza del reale, inteso ora come la cosa in sé. Questa esperienza è inesprimibile; per poter essere detta deve evolvere, trasformarsi in un oggetto pensabile e conoscibile, che come tale non appartiene più a O (trasformazione in K, che sta per knowledge, conoscenza). Il criterio di verificazione, per questa conoscenza, non è più quello che abbiamo visto al livello pragmaticoconsensuale (sul quale un’ipotesi può essere solo falsificata e mai verificata), ma consiste nella sua derivazione da O: “ogni pensare e tutti i pensieri sono veri quando non c’è il pensatore” (p. 159) (8). Il pensatore è il soggetto che non rinuncia a identificarsi con il grappolo di ricordi e desideri in cui consiste il suo ego. Ogni pensiero condizionato e interessato non può che essere falso: solo la parola rigenerata dal silenzio può essere vera. Quanto più il terapeuta opera mediante trasformazioni di K in O, e di O in K, tanto più il paziente è invitato a unirsi a lui nel viaggio nell’ignoto che ha come meta il divenire ciò che si è: “è difficile concepire che un’analisi possa avere un esito soddisfacente senza che l’analizzando si riconcilii con sé stesso o arrivi a sentirsi all’unisono con sé stesso” (p. 49). Il passaggio dalla coscienza alla veglia rientra a pieno titolo nel percorso della psicoterapia, perché se è vero che in primo luogo bisogna dare la parola all’esperienza muta, è anche vero che la coscienza che non conosce il silenzio è una coscienza malata e bisognosa di cura. Freud ci ha insegnato come rendere cosciente l’inconscio, Nietzsche ha mostrato che l’uomo (cosciente) deve essere superato, perché l’uomo (solamente cosciente) è una malattia. Lo sviluppo e l’integrazione di quelle indicazioni ci conduce all’impianto di base della psicoterapia contemporanea. ______________________________________________________________________________________________________
1. “L’ermeneutica contemporanea, che si definisce ‘laica’ in confronto all’ermeneutica classica di Ricoeur, si caratterizza per l’importanza attribuita alla costruzione rispetto alla decifrazione di un testo” (Vegetti Finzi, 1986, p. 408). 2. Termini come “ego” e “superego” sono entrati nel linguaggio corrente per indicare i modi inautentici di essere del soggetto. Nello stesso senso sono impiegati qui, senza alcun riferimento metapsicologico. Vedi cap. XIII. 3. Rinvio all’ultima formulazione sistematica che Jaspers ha dato del suo pensiero: La fede filosofica di fronte alla rivelazione (1962). 4. E’ l’orientamento ermeneutico “classico”: “Per Ricoeur interpretare significa svelare un senso nascosto, una verità trascendente rispetto alle sue espressioni… all’interno del campo ermeneutico, compito della psicoanalisi è la demistificazione, la riduzione delle illusioni, un itinerario di purificazione che lascia emergere la manifestazione del senso che rinvia alla pienezza irraggiungibile del sacro” (Vegetti Finzi, ibid.). 5. Criticando il meccanicismo della psicoanalisi, Binswanger (1955) affermava che “non è sempre giusto imputare all’ammalato il fallimento della cura… non intendiamo riferirci ad una colpa derivante da errori tecnici, ma a quella ben più grave costituita dall’incapacità di accendere e di ridestare nell’ammalato la ‘scintilla divina’, quella scintilla che può essere accesa o ridestata soltanto nell’autentica comunicazione da esistenza a esistenza, e la cui luce e il cui calore sono in fondo le uniche forze in grado di liberare l’uomo dal suo isolamento cieco, dall’idios kosmos (come dice Eraclito) - cioè da un mero vivere nel proprio corpo, nei propri sogni, nelle proprie inclinazioni private, nel proprio orgoglio e nella propria superbia - rendendolo capace di partecipare al koinós kosmos, alla vita dell’autentica koinonia o della società, rendendolo cioè illuminato e libero” (p. 149). 6. Per Lopez (1982) la coscienza è “una deiezione della consapevolezza”. Questo autore, che ha meditato a fondo l’insegnamento di Nietzsche, si è tuttavia allontanato da Freud più di quanto fosse necessario per liberarsi dalla tirannide della ragion cosciente che, secondo Fornari (1983), caratterizza l’opera freudiana. La coscienza non è solo detronizzata dalla sua posizione di dominio, ma ridotta da Lopez a prodotto di scarto della consapevolezza. Il rischio è che in tal modo a una tirannide (razionalistica) se ne sostituisca un’altra (irrazionalistica). 7. Bion, 1970, p. 40 e 65. Per la verità Bion non parla del terapeuta, ma dell’analista. Poiché tuttavia, come Bion chiarisce bene, il porsi all’unisono con O richiede un atto di fede e l’abbandono di una posizione conoscitiva, sembra improprio continuare a chiamare analista colui che effettua questa trasformazione. Si può pensare che il mantenimento di questo termine dipenda essenzialmente dal desiderio di non mettere in questione l’identità di gruppo degli psicoanalisti, cui Bion si rivolge, già seriamente provata dalle innovazioni da lui apportate al corpo dottrinario della psicoanalisi. 8. Cfr. Nietzsche: “Un pensiero viene quando è ‘lui’ a volerlo, e non quando ‘io’ lo voglio; cosicché è una falsificazione dello stato dei fatti dire: il soggetto ‘io’ è la condizione del predicato ‘penso’”. Al di là del bene e del male, Adelphi, 1968, p. 21.
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