Tullio Carere Comes >> |
|||
Il nuovo sciamano
|
|||
IX . Resistenze
1. Chi resiste? Ogni cosa, dagli oggetti inanimati agli esseri viventi, manifesta una tendenza tenace a persistere nel proprio stato di quiete o di moto; in altre parole, a restare com’è. I cambiamenti sono possibili solo sullo sfondo di una realtà relativamente statica: se tutto mutasse in continuazione non resterebbe più nulla in rapporto a cui registrare un cambiamento, e nessuno per osservarlo. Rispetto a questa legge generale d’inerzia la relazione psicoterapeutica non è una zona franca. Benché paziente e terapeuta si accordino per produrre un cambiamento, ciascuno dei due resiste come può, e con i mezzi di cui dispone, a qualsiasi modifica dello status quo che lo riguarda, e altrettanto fanno la famiglia del primo e la scuola del secondo. Resistenza è il nome che si dà a un insieme di fenomeni di carattere oppositivo che si osservano nella relazione terapeutica e intorno ad essa. La domanda: chi si oppone, a che cosa e in che modo? può servire per un primo orientamento in questo insieme. Cominciamo con il caso più ovvio: il paziente resiste al cambiamento, perché questo lo esporrebbe a esperienze penose o a certe responsabilità che preferirebbe evitare. In questo caso, il modo in cui si oppone riflette generalmente il suo stile di vita, la struttura del suo carattere, in definitiva il suo problema. Opponendosi, il paziente fornisce informazioni cruciali su di sé; potremmo dire che fa la sua parte nel gioco e in ultima analisi collabora nel momento stesso in cui espone la sua resistenza a cambiare. Nella terapia, come altrove, ogni ostacolo può essere la pietra d’inciampo o il gradino grazie al quale fare un passo avanti. Sta al terapeuta indicare la seconda possibilità, se il paziente è fermo alla prima. Secondo caso: la terapia non procede perché è ostacolata da difficoltà del terapeuta, che vanno dall’insufficienza dei suoi strumenti teorici e tecnici a problemi personali irrisolti che interferiscono con quelli del paziente. Ora è il terapeuta che resiste: a correggere errori, colmare lacune o affrontare contraddizioni proprie; ed è il paziente che cerca di curare il terapeuta, perché questi sia poi in grado di curare lui. Se il primo è abbastanza abile e il secondo abbastanza umile, si può stabilire quella reciprocità di cura che in misura maggiore o minore e a livelli più o meno sotterranei ha luogo in ogni terapia. Se invece il terapeuta è troppo fragile per accettare di essere messo in discussione, e il paziente troppo esigente per tollerare un terapeuta imperfetto, le resistenze dell’uno hanno un effetto moltiplicatore su quelle dell’altro e si giunge inevitabilmente alla paralisi. Terza possibilità: l’opposizione viene dall’ambiente del paziente, dal sistema di rapporti in cui è inserito. L’infermità del singolo non di rado è funzionale al precario equilibrio di un insieme, come si osserva tipicamente nei matrimoni simbiotici e nelle famiglie psicotiche. Nei sistemi molto chiusi e rigidi ogni cambiamento in un membro del gruppo può scatenare conseguenze catastrofiche per la stabilità dell’insieme. La difficoltà può essere affrontata coinvolgendo altri membri della famiglia nel lavoro, o monitorizzando dalla stanza della terapia le reazioni dei famigliari ai cambiamenti del paziente. In ogni modo, quando esistono resistenze di questo genere, cosa che accade non di rado, la coppia terapeutica deve abbandonare l’illusione di essere una diade autosufficiente che può interessarsi esclusivamente di ciò che avviene al proprio interno. E’ necessario occuparsi anche della rete di relazioni in cui il paziente è inserito, e intervenire su di essa con modalità dirette o indirette. Quarto e ultimo caso: lo sviluppo della relazione è ostacolato da fattori che originano nella scuola cui il terapeuta appartiene. Si tratta della sottile ragnatela dottrinaria che avvolge il trattamento personale, la supervisione, i seminari clinici, e in generale di tutte le misure delle quali le istituzioni si servono per assicurarsi la fedeltà ideologica dei propri membri. Ad esempio nelle scuole analitiche quando un terapeuta presenta un caso non è infrequente sentir commentare: “Questa non la chiamerei analisi” (Schafer, 1983). L’intervento in questione, indegno di essere chiamato analisi, è qualcosa da cui è bene astenersi, a meno che non sia reso necessario da circostanze particolari, i cui effetti dovranno essere neutralizzati quanto prima per tornare a fare della buona analisi. E’ chiaro che se il corso del trattamento richiedesse l’applicazione ripetuta e protratta di una modalità di lavoro che nell’ambiente culturale del terapeuta è considerata con sospetto, questi si troverebbe in conflitto tra ciò che i sensi, l’intelletto e il cuore gli suggeriscono e ciò che la sua scuola prescrive o proibisce. Questo tipo di resistenza, tuttavia, è meno invalidante di quanto potrebbe sembrare, perché in tutte le scuole i terapeuti imparano che molte cose possono essere accettate e anche lodate, a patto di essere ridefinite nei termini della teoria dominante. Così i comportamentisti prestano un’attenzione crescente alla relazione terapeutica e possono farlo senza troppi problemi, a patto di definire ciò che fanno “monitoraggio delle reazioni proprie e del paziente”, e non analisi del transfert e del controtransfert, termini improponibili in quegli ambienti. Allo stesso modo è probabile che un analista si irrigidisca se sente parlare di “esperienza emotiva correttiva” (espressione coniata dall’eretico Alexander), ma si rilassi subito se il discorso verte sulla “funzione di contenimento del setting”. 2. L’oggetto della resistenza Dopo questa classificazione introduttiva, ci chiediamo: come si fa in pratica a riconoscere una resistenza? L’esperienza mostra che non c’è nulla che non possa esserlo: il silenzio o la loquacità, il distacco emotivo o l’affettività torrenziale, la scarsità o l’eccesso di materiale, il boicottaggio o la collaborazione troppo sollecita. Che cosa consente a ogni terapeuta, di qualsiasi scuola, di concordare immediatamente con questo piccolo elenco esemplificativo di potenziali resistenze? E’ un fattore che si è soliti indicare come occhio oppure orecchio clinico: quella particolare sensibilità che permette di avvertire che qualcosa non va a partire da minimi indizi. Colpisce tutto ciò che è fuori misura, ciò che è troppo scarso o esorbitante rispetto a un flusso comunicativo ottimale. Simmetricamente, e a dimostrazione del fatto che la sensibilità clinica è solo un affinamento della sensibilità naturale, può essere il paziente ad avvertire che il terapeuta è fuori misura: troppo rigido o troppo estroso, più distaccato o più coinvolto del necessario e via enumerando eccessi e manchevolezze. Detto questo, si deve aggiungere subito che il modo di intendere la resistenza dipende strettamente dal modo in cui è concepito il processo terapeutico. Nei trattamenti di tipo analitico occupa una posizione centrale la “resistenza di transfert”, cioè il modo in cui l’opposizione al cambiamento si manifesta nella relazione col terapeuta. Nei trattamenti di tipo cognitivo-comportamentale il termine “resistenza”, peraltro poco usato (si preferisce dire noncompliance), si applica invece prevalentemente a tutto ciò che interferisce con l’esecuzione dei compiti stabiliti. A un fenomeno che è percepito come resistenza all’interno di un orientamento determinato può essere attribuito un significato del tutto diverso in un altro quadro di riferimento. Ha scritto Basch (1982a) che “la resistenza, originariamente un segnalatore di conflitto psichico, è diventata un eufemismo, relativamente privo di significato, per la frustrazione del terapeuta. Tuttavia, se questi può permettere al paziente di guidarlo nella sua esplorazione, diventerà consapevole di una gamma di problemi di ordine evolutivo molto più vasta di quanto sia possibile trattare nella cornice di una teoria che veda tutta la patologia nei termini del conflitto edipico e delle vicissitudini della sessualità infantile. La liberazione del terapeuta da un punto di vista inutilmente stretto riguardo al suo ruolo e alle finalità della terapia risolve molte impasse terapeutiche”. Molti dei fenomeni che un analista ortodosso chiamarebbe resistenze, perché tali appaiono dal suo punto di osservazione, sono visti invece da Basch, analista kohutiano, come semplici impasse dovute all’insufficienza della teoria classica. In generale è vero che la tentazione di attribuire la mancanza di progressi alle resistenze del paziente, piuttosto che alle insufficienze della propria teoria, è forte, talvolta irresistibile. Basch vede questa insidia, ma a sua volta non sembra in grado di evitarla del tutto, perché dichiara: “La resistenza, quando è genuina e non è un eufemismo per la mancanza di comprensione, esperienza e sforzo da parte del terapeuta, è nel e/o al transfert” (Basch,1982b). Definizione, questa, condivisibile da un analista, ma certamente non da un comportamentista. In altre parole, le resistenze si dividerebbero in due gruppi: quelle false, che in realtà sono impedimenti dovuti alle insufficienze teoriche o personali di un terapeuta, per come appaiono a un altro terapeuta, e quelle genuine, che corrispondono alla definizione di chi le giudica tali. Le citazioni riportate sopra sono tratte un volume(1) che ospita quattro lavori di psicoanalisti, e altrettanti di comportamentisti, sui rispettivi modi di intendere la resistenza in psicoterapia. E’ inutile dire che, nei commenti che seguono, tutti gli autori comportamentisti rigettano le tesi di Bash, oltre a quelle di tutti gli altri psicoanalisti, e che questi fanno altrettanto con le tesi degli avversari. Ho citato Bash perché i suoi lavori si distinguono per un livello apprezzabile di apertura e di anticonformismo e per lo sforzo dichiarato di non essere “parrocchiale”. Nonostante questo, non può fare a meno di ripetere le consuete parole d’ordine che gli permettono di ricucire gli strappi e di ribadire la propria appartenenza al gruppo degli psicoanalisti. Il prezzo del rientro consiste nella riaffermazione categorica di quei principi teorici basilari cui non può rinunciare senza mettere a repentaglio la propria identità culturale e professionale, e che d’altra parte precludono irrimediabilmente ogni possibilità di dialogo con chi non condivide i medesimi assunti. Di fatto a tutt’oggi la protezione di quell’identità è un’esigenza molto più fortemente sentita dalla maggior parte dei terapeuti di quanto non sia il bisogno di dialogo e scambio con i colleghi di altre scuole(2). Tentativi di integrazione tra orientamenti diversi, come quello descritto nel volume citato, sono fatti perché se ne sente l’utilità e l’esigenza, e falliscono per un malinteso. Un confronto serio e autentico tra uno psicoanalista e un comportamentista sarebbe possibile solo se entrambi fossero disposti a mettere in gioco i principi e i valori in cui credono. Questo significherebbe ammettere sin dall’inizio l’eventualità che l’esito del confronto sia l’approdo a un’area che non possa più essere definita psicoanalitica né comportamentale, ma semplicemente psicoterapeutica. Poiché questa eventualità, di regola, è esclusa a priori dagli uni come dagli altri, il sostanziale fallimento di questi tentativi non può che esserne la conseguenza. In realtà un confronto non pregiudiziale tra i diversi orientamenti permetterebbe di illuminare gli aspetti della relazione che ciascuno di essi lascia in ombra. Può accadere che il paziente di un comportamentista sia considerato resistente al trattamento per una scarsa compliance nell’esecuzione dei compiti, quando l’ostacolo effettivo, se indagato in modo appropriato, potrebbe rivelarsi la riluttanza del terapeuta a ricercarne l’origine in conflitti inconsci riguardanti il rapporto con l’autorità, riattivati nella relazione terapeutica. Viceversa può accadere che un paziente resista alle interpretazioni profonde del suo analista semplicemente perché il suo problema è molto più banale. A un’asserzione ortodossa di Basch (“Freud ha dimostrato che i sintomi hanno uno scopo che, una volta capito, spiega la loro necessità per il paziente”), Fay e Lazarus (1982) rispondono: “Ciò che Freud ha dimostrato è che alcuni sintomi psicologici possono avere uno scopo, poiché i comportamentisti hanno dimostrato in modo anche più convincente che molti sintomi possono essere acquisiti in maniera fortuita”. I pregiudizi del terapeuta possono condurre, in questi casi, a due approcci opposti. Da un lato la richiesta del paziente viene presa alla lettera: vuole essere liberato di un certo fastidio e si cerca di accontentarlo, senza preoccuparsi troppo delle radici profonde e della situazione globale da cui quel disturbo emerge. Si tentano empiricamente vari rimedi sperando che qualcuno funzioni. Questo modo di procedere si incontra abbastanza frequentemente nelle scuole non analitiche, mentre in quelle analitiche è più facile imbattersi nell’inclinazione contraria: i problemi specifici e attuali ricevono scarsa attenzione, a favore dell’indagine sulle radici infantili e inconsce e sulla personalità nel suo insieme. In un caso si presta orecchio solo alle domande più esplicite, colludendo con il richiedente nell’impegno di eludere le questioni più radicali. Nell’altro si trascura come irrilevante la possibilità che i problemi del paziente siano risolvibili pragmaticamente per come si presentano, senza un viaggio alla ricerca delle origini remote e un rivolgimento globale della personalità. 3. Barriere artificiali Per gli psicoanalisti le resistenze debbono essere interpretate: solo portando alla luce le fantasie e i conflitti inconsci che ne sono alla base il trattamento può procedere. Per i terapeuti cognitivocomportamentali le idee maladattive e le convinzioni errate che impediscono il progresso non sono necessariamente inconsce, anzi per lo più è sufficiente porre una serie di domande mirate per evidenziare le strutture cognitive che inducono il paziente a percepire la relazione in modo distorto e quindi a opporsi invece di collaborare (ad esempio: “che cosa ha pensato quando ho detto o qualcun altro ha detto la frase che l’ha irritata?”). Gli uni puntano a rendere cosciente ciò che è inconscio, gli altri preferiscono affrontare le resistenze praticamente, con azioni volte a creare un clima di fiducia e collaborazione, rinforzando le risposte desiderabili, proponendo compiti ad hoc, fornendo gli stimoli più diversi per nuove esperienze. In realtà non c’è motivo di considerare incompatibili i due modi di procedere. Ad esempio alcuni pazienti si oppongono al lavoro della terapia, come anche ad altri impegni, per sottrarsi all’esperienza dolorosa del fallimento cui sono convinti di andare incontro. La convinzione patologica può essere perfettamente cosciente, o almeno vicina alla coscienza; si potrà andare alla ricerca dei suoi antecedenti remoti, ma se questo lavoro di scavo e ricostruzione non dà frutti è giusto tentare altre vie. Questi pazienti possono rispondere bene a un intervento diretto sul “dialogo interno”, come è praticato dai terapeuti cognitivi. Esso consiste nel neutralizzare le convinzioni autoinvalidanti mediante asserzioni correttive, costruite in collaborazione con il paziente e rese operative attraverso un regolare addestramento; puntando poi, dopo questo lavoro preliminare, alla produzione di nuove esperienze, all’interno o all’esterno della relazione terapeutica, che consentano al paziente di modificare il suo pregiudizio su di sé. Altri pazienti vedono nel terapeuta una figura ideale dalla quale vogliono essere amati. Se si permette al processo di idealizzazione di svilupparsi, gradualmente potrà venire in luce il significato che questo processo ha nella loro vita affettiva; in tal modo la fantasia potrà essere compiutamente analizzata e risolta. Se il terapeuta scoraggia questo sviluppo, riportando continuamente il paziente a un tipo di collaborazione realistica basato sulla definizione di problemi e l’esecuzione di compiti, questa elaborazione non può avvenire. La ricerca di esperienze correttive nel primo caso e il lavoro sulla “relazione di transfert” nel secondo possono rivelarsi le risposte più corrette alle domande poste dal paziente. Se il terapeuta si lasciasse guidare da queste, piuttosto che dalle teorie che ha in mente, molte resistenze cadrebbero da sole. In effetti molte differenze, drastiche nelle affermazioni di principio, diventano più sfumate nella pratica. L’espressione “terapia di sostegno” è impiegata spesso per raccogliere tutto ciò che è meno nobile dell’oro puro dell’analisi. Tuttavia, come è risultato molto chiaramente in una ricerca già citata(3), gli interventi di “sostegno” sono praticati abitualmente e correntemente anche nelle psicoanalisi “pure”, e i risultati ottenuti in queste sono attribuibili ad essi in misura non inferiore che agli interventi propriamente analitici. Sull’altro versante, negli scritti degli autori comportamentisti si leggono passi come il seguente: “Se la noncompliance del cliente deriva dalla sua percezione del terapeuta come una figura parentale e riflette l’intreccio di aspettative e implicazioni tra bambino e genitore, il successo della terapia dipenderà dalla risoluzione di questi impedimenti simbolici” (Lazarus e Fay, 1982). Da affermazioni come queste si capisce che i comportamentisti sono ben consapevoli delle resistenze che gli psicoanalisti chiamano “di transfert” e le trattano routinariamente, ma attribuiscono a questa parte del lavoro un’importanza secondaria, esattamente come fanno gli analisti con gli interventi “di sostegno”. Con questo ritorniamo alla nostra tesi di fondo: tutti gli psicoterapeuti fanno sostanzialmente le stesse cose, che lo vogliano e lo sappiano o meno, perché la natura stessa della relazione di cura li costringe a fare anche ciò che la loro teoria non prevede o lascia in ombra. Il fatto che in questo campo comune si privilegino alcuni aspetti in funzione di scelte aprioristiche piuttosto che dei bisogni reali del paziente può essere compreso come un’espressione delle resistenze al cambiamento del terapeuta, che interferiscono con lo sviluppo della relazione al pari delle resistenze del paziente, e come queste dovrebbero essere analizzate e risolte. Una relazione terapeutica può essere detta autentica se in essa trovano accoglienza le diverse spinte e istanze che sono messe in gioco da entrambe le parti. In una filosofia negoziale del rapporto ciascuna esigenza deve trovare un suo spazio e modo di esprimersi senza sopraffare le altre. In questa prospettiva, illuminata dalla ricerca della misura, appare più chiaro che la dismisura, intesa come cedimento a impulsi, pretese, convinzioni e credi di ogni sorta, da qualsiasi parte provengano(4), è la forma di ogni resistenza alla soluzione di problemi specifici, e più in generale alla crescita umana.
________________________________________________________________________________________________________ 1. Wachtel (ed), Resistance. Psychodynamic and behavioral approaches, 1982. 2. Wallerstein (1988), con l’apertura mentale e la generosità che caratterizza le sue prese di posizione, spezza una lancia per l’appartenenza a pieno titolo della psicologia del sé (kohutiana) al campo psicoanalitico, ma, come se volesse rassicurare i suoi colleghi, afferma nello stesso momento che un confine ben preciso deve rimanere, e che gli psicoanalisti junghiani debbono restarne fuori. In una lettera al direttore dell’International Journal of the Psychoanalitic Association, Samuels (1988) muove diverse obiezioni alla tesi di Wallerstein, e sostiene invece che la psicoanalisi e la psicologia analitica (junghiana) debbono essere considerate discipline sorelle, appartenenti entrambe al campo della psicologia dinamica o del profondo. Anche per lui, tuttavia, un confine deve restare: quello tra terapeuti analitici e non analitici. In realtà questo confine è altrettanto convenzionale di quello che separa i kohutiani dagli ortodossi, o gli junghiani dai freudiani. E’ un gioco di esclusioni e inclusioni che muove da bisogni di appartenenza e certo non favorisce il libero confronto delle idee . 3. Sul Psychotherapy Research Project della Menninger Foundation v. cap. III, nota 8 4. Non si tratta certo di privarsi di ogni convinzione, cosa impossibile prima ancora che sconsigliabile, ma della disponibilità a confrontare, mettere in gioco e modificare qualsiasi opinione o valore. Nemmeno il dialogo, d’altra parte, deve diventare un dogma o un’idea fissa: esistono certamente situazioni in cui dialogare è inutile o impossibile. Giungere al limite di K è uno “scacco” o una “catastrofe” dal punto di vista di K, ma un evento privilegiato dal versante opposto, perché permette una trasformazione in O. Un punto su cui Jaspers insiste spesso è che l’apertura all’Umgreifende - o la trasformazione in O - avviene solo se il limite è stato raggiunto effettivamente, cioè se la comunicazione è stata cercata fino in fondo. La rinuncia al dialogo e al pensiero che consegue all’adesione dogmatica a un’idea (o a una persona o istituzione) è una falsa resa che non comporta una trasformazione autentica, ma solo un cedimento regressivo all’irrazionale, un arresto maturativo e un riassorbimento in O prima che l’evoluzione in K sia stata condotta a compimento.
|