Tullio Carere Comes >>

 

<< Testi e articoli
   

 

 

Paura

 

 

 

I . Introduzione

Che cosa avete pensato leggendo il titolo e il sottotitolo di questo libro? Forse qualcosa del tipo: il solito manuale similamerikano per il fai da te? (La kappa sta per il fastidio che l’intellettuale europeo medio prova per quello che identifica come il peggio dell’american way of life: faciloneria, pensiero ingenuamente positivo e soprattutto l’esecrabile do-it-yourself. Perché, se fosse veramente possibile fare da sé, nella fattispecie pensare con la propria testa, a che cosa servirebbero allora gli intellettuali?).

No, sono sicuro che non avete pensato niente del genere. Lo so perché in tal caso non avreste nemmeno aperto il libro e ora non stareste leggendo queste righe. Visto che invece le state leggendo, sono autorizzato a presumere che: primo, non fate un uso smodato di difese intellettuali per proteggervi dalle vostre paure; secondo, ne avete ancora un pacchetto che la vostra analisi pluriennale non è riuscita a smaltire; terzo (riservato a coloro che non hanno alle spalle diversi anni di analisi), ritenete che non sia un’eresia pensare di fare qualcosa per le vostre paure senza passare per una lunga analisi e forse nemmeno per una psicoterapia breve.

Adesso che so qualcosa di voi, mi sembra giusto che anche voi sappiate qualcosa di me. Vi dirò dunque che sono uno psichiatra e uno psicoterapeuta. Sapete certamente che il primo titolo compete a un medico specializzato in malattie mentali. Quanto al secondo, credo che la definizione più prudente sia questa: qualifica spettante a medici e psicologi provvisti dei requisiti di legge necessari per entrare negli elenchi degli psicoterapeuti istituiti presso i rispettivi ordini provinciali. Questo non vi dice niente? Avete ragione, infatti non dice niente. Ma è un niente che ha uno scopo: quello di non sfiorare neanche il vespaio di questioni - terapeuta doc o selvaggio? e di che indirizzo? e che differenza c’è con un analista? - che in questa fase della nostra conoscenza rischierebbero di concluderla prematuramente.

Sono tempi frenetici, la vostra attenzione è sollecitata da ogni parte. Se sono stato così fortunato da ottenerla per qualche attimo, debbo dirvi in fretta qualcosa che la persuada a restare qui ancora un poco. Ecco, vedete, ho paura che ve ne andiate. La paura più terribile per un autore, quella di essere abbandonato, o peggio, nemmeno preso in considerazione dai suoi potenziali lettori. Ma converrete che questo sentimento non è privo di utilità: infatti, avvisandomi del pericolo che corro di non essere letto, mi invoglia a non perdermi in chiacchiere e a cercare di produrre uno scritto meritevole dell’attenzione che vuole ottenere.

D’altra parte, l’idea di essere ignorato da voi potrebbe spaventarmi al punto di spingermi al tentativo di sedurvi con la promessa di risultati rapidi e spettacolari, e magari anche a intrattenervi raccontandovi qualche storiella. In tal modo disgusterei e mi alienerei i lettori più seri, mentre conquisterei - se mai riuscissi a conquistare qualcuno - quel tipo di pubblico che si entusiasma facilmente per qualsiasi novità, purché non impegnativa.

Come vedete bene dal mio caso personale, la paura è un sentimento che può essere molto utile, quando avverte di un pericolo e aiuta a prevenirlo, ma anche superfluo o francamente dannoso, quando induce a comportamenti impropri e irrazionali. E allora permettetemi di farvi una domanda diretta: siete sicuri di saper distinguere bene le due condizioni? E, nel caso abbiate risposto affermativamente: disponete di strategie adatte a far fronte ai due tipi di circostanze?

Se la vostra risposta è nuovamente affermativa, voi non avete bisogno di leggere questo libro, sono io che avrei piacere di conoscervi. Se invece avete risposto di no ad almeno una delle due domande, quanto segue potrebbe fare al caso vostro.

Supponiamo, per un momento, che avesse ragione Tolstoj, quando diceva che lo scopo della vita è la gioia: se la gioia si affievolisce, vuol dire che in qualche punto abbiamo commesso un errore. Cioè ci siamo fatti prendere da qualche paura. So di potervi sottoporre questa ipotesi. Gli intellettuali infastiditi dall’ottimismo amerikano non lo sono di meno da quello russo, ancora più sfrenato: ma non debbo preoccuparmene perché, come ho già appurato, la loro eventuale presenza tra i miei lettori sarebbe casuale e non significativa.

Alla base di questa ipotesi c’è la constatazione che la gioia è apparentata con uno stile di vita rilassato, mentre chi ha paura è teso e dunque non si gode la vita. D’accordo, non mi avete prestato la vostra preziosa attenzione per farvi propinare simili banalità. So che cosa volete dire: come si fa a essere rilassati in un mondo come questo? Con l’incertezza del posto di lavoro, la microcriminalità diffusa, i conflitti tribali dal Congo alla Padania, la pressione fiscale e il debito pubblico in costante aumento.

Permettetemi di rispondervi con un’altra domanda: siete sicuri che la vostra tensione nervosa e muscolare sia un valido contributo alla soluzione dei mali del mondo, e dei vostri in particolare? Non credo. Combattere a volte serve, a volte no. E allora perché pompare adrenalina in continuazione nel vostro sistema circolatorio? Senza contare che si può essere rilassati anche quando si combatte, anzi si combatte meglio.

Ma torniamo all’ipotesi. Se ho deciso di scrivere un libro sulla paura, non è stato per angosciare voi, e ancor meno me stesso; come potreste giustamente sospettare, visto ciò che correntemente si pubblica, si proietta e si manda in onda. Il motivo principale per cui sto scrivendo è che mi piace scrivere. E siccome mi piacerebbe anche essere letto, ho scelto un tema che spero vi interessi. Se riesco a unire l’utile al dilettevole, è fatta, non chiedo altro.

Dunque, per quanto mi riguarda io adotto l’ipotesi di Tolstoj. La scrittura - come qualsiasi altra cosa - in linea di principio dovrebbe essere (anche) un piacere. Se per me cessasse di esserlo, mi riprometto di fermarmi e di stanare la paura che in quel momento mi starà sabotando. Sarà quella di scontentare il lettore? O di non arrivarci nemmeno al lettore, se non trovo un editore? O piuttosto di non trasmettere un messaggio abbastanza epocale? (In quest’ultimo caso scontenterei il superio). Basta, una paura che paralizza l’azione e il godimento è soltanto un parassita che va schiacciato senza pietà.

A patto, naturalmente, di non confondere il peccato (la paura) con il peccatore (il pauroso). Se il primo merita disprezzo, il secondo va aiutato. Qualche esperienza di aiuto del pauroso che sono stato e sono io stesso e di pochi altri ce l’ho, quanto basta per sentirmi autorizzato a scriverne. Cosa che sicuramente aiuta me. Se possa essere di aiuto anche ad altri per il momento è solo un’idea temeraria, perché so per esperienza quotidiana con quanta tenacia e passione, con quale impegno e vigore sia rifiutato anche l’aiuto espressamente richiesto e ben pagato. Figurarsi quello non richiesto e pagato le poche lire del prezzo di copertina. Ma tant’è. Io scrivo per il mio piacere, il resto - se c’è - è in più.

Vi sembra eccessivo il mio sfoggio di edonismo? Forse avete ragione. Sto cercando di allontanare il sospetto di voler salire in cattedra o sul pulpito? E’ un dubbio che non mi turba più che tanto, per la verità. Se mi va di predicare, predico. Se qualcuno ha voglia di ascoltarmi, sono affari suoi.

Io ci salirei anche volentieri in cattedra, se questo volesse dire - cosa che normalmente non vuol dire affatto - che ho una perfetta padronanza teorica e pratica della mia materia. Nel caso specifico, che so perfettamente come trattare le paure mie e altrui. Sarebbe come dire che sono completamente guarito e ho raggiunto la pace della mente. Anche se mi conoscete solo da dieci minuti, avete già l’impressione che questo non sia il mio caso. Quindi, tanto vale parlar chiaro: questo libro è un work in progress, un cantiere aperto, in cui ho un progetto di massima ma nessuna idea di quello che dirò nel prossimo paragrafo.

Del resto, la ricerca del godimento nella scrittura è un’operazione intrinsecamente contraddittoria. Infatti, se voglio divertirmi non posso darmi un piano di lavoro e obbligarmi a seguirlo in modo metodico e pedante, ma debbo permettermi di scrivere quello che mi passa per la mente. Salvo che questo procedimento, come tutti sanno nel secolo della psicoanalisi, è atto a scompaginare il fragile e ingannevole ordine della mente, aprendo varchi perturbanti nel suo tessuto delicato. Dalle smagliature così prodotte occhieggia temibile l’inconscio, con le sue figure inquietanti e impresentabili. Come vedete, la ricerca del piacere è una pratica che ha effetti secondari tali da scoraggiare chi la intraprende, consigliando piuttosto percorsi di più basso profilo.

Insomma, che vi piaccia o no, la gioia e la paura sono unite da un comune destino: per trovare l’una dovete liberarvi dell’altra, eppure questa stessa ricerca vi espone a un rigurgito di paure ancestrali che sono lì proprio perché voi stessi le avete evocate, allentando le difese che le tenevano a bada.

Non sapete di che cosa sto parlando, perché per voi la scrittura non è particolarmente associata al godimento? Ma allora andiamo al prototipo, al modello originale, alla fonte stessa del piacere: il sesso. Avete imparato, a vostre spese, che la capacità di godere è direttamente proporzionale a quella di lasciarvi andare, di mollare gli ormeggi e sciogliere le vele al vento. E se la seconda, come spesso accade, è scarsina, anche la prima purtroppo non è un granché.

Lo so, potete abbandonarvi senza remore al flusso del desiderio se l’oggetto del medesimo è stampato a colori su carta patinata. Oppure, se l’oggetto è in carne e ossa, bisogna che sia severamente proibito o che comunque sussista un serio ostacolo al suo raggiungimento. O, in alternativa, può bastare che esso sia definibile come preda, o sia così debole e indifeso da scatenare i vostri peggiori istinti di protezione. In breve: occorre che l’oggetto non vi faccia paura.

Ma lo sapete, poi, di aver paura? Forse no. Forse vi limitate a prendere atto di un’incomprensibile caduta del desiderio. Non riuscite a capire come mai la vostra donna, che era così desiderabile quando ancora vi teneva sulla corda, adesso che è la vostra legittima consorte vi eccita molto, ma molto meno. Forse non vi ponete nemmeno il problema: pensate che sia normale, visto che succede più o meno a tutti. Così come è normale adempiere sempre più stancamente al vostro dovere coniugale; e come è legittimo prendervi qualche risarcimento fuori delle mura domestiche. Perché, in fin dei conti, l’uomo è cacciatore (come la donna del resto, da quando si è emancipata).

Se invece sapete che il sesso vi fa paura, anche senza sapere perché, il vostro livello di consapevolezza è già superiore alla media. Il sesso come la scrittura, la pittura come la danza: qualsiasi attività che presuppone apertura e abbandono rende vulnerabili e espone al pericolo. Ci aggrappiamo all’idea che il nemico sia esterno, e solo a malincuore rinunciamo a questa consolazione e ci avviciniamo all’orribile verità: il nemico principale è dentro di noi.

Ma per queste cose ci sarà tempo più avanti, se avrete la bontà di seguirmi. Per adesso mi preme solo chiarire il nesso tra godimento e paura. Renderlo chiaro a voi, ma anche a me stesso: altro buon motivo per scrivere. Spesso le cose mi si chiariscono nel momento in cui cerco di chiarirle a qualcun altro, e per questo ho bisogno che qualcuno abbia bisogno di me (avevate ragione, la mia motivazione non è puramente edonistica).

Potrei esprimere così il nesso in questione: inizio a scrivere per il piacere di scrivere; il piacere mi deriva dall’abbandonarmi al flusso associativo, nella libertà da ogni schema; l’abbandono al fluire delle idee, degli eventi e delle cose avvicina al cuore pulsante della vita, ma fa spavento, perché spazza via ogni ordine stabilito e ogni certezza; la paura stimola reazioni di difesa; le difese fanno argine al flusso vitale, lo normalizzano e possono anche arrestarlo del tutto; con il ritorno alla normalità finisce il piacere di scrivere e di fare qualsiasi altra cosa; rimane solo il funereo e illusorio piacere di avere tutto sotto controllo.

Va bene, siete riusciti a incasellarmi, finalmente: sono un vitalista. Non lo avete pensato? Se no, ve ne sono grato. Se sì, vi prego di non avere troppa fretta. Lo riconosco, il paragrafo precedente è percorso da uno slancio vitalistico. Posso arrivare ad ammettere che c’è un vitalista in me (come c’è uno psichiatra e uno psicoterapeuta). Ma che io lo sia, questo non dovete pensarlo.

E allora chi sono io veramente? Non vi aspetterete che ve lo dica. Non per giocare a nascondino, ma per l’ottima ragione che non lo so. Questo mi dà una buona lunghezza di vantaggio su di voi, se credete di saperlo: di sapere chi siete, intendo dire. Se invece non lo credete, sono contento di avervi incontrato, come lo sono tutte le volte che trovo un compagno di viaggio. Perché è chiaro, una volta capìto che non sappiamo chi siamo, il nostro destino è segnato: l’unica cosa sensata da fare è cercare di scoprirlo.

Infatti, se pensate di essere un padre di famiglia, dedicherete tutte le vostre energie alla sicurezza e al benessere dei vostri cari. Se credete di essere un insegnante, metterete l’anima nell’insegnamento, e sarete di conseguenza amaramente delusi dai vostri allievi come il padre lo sarà dai suoi figli ingrati. Lo stesso se credete di essere un prete, uno psichiatra o qualsiasi altra cosa.

Ma c’è di peggio. Se credete di essere un dirigente d’azienda cinquantenne, e la vostra azienda vi manda a spasso, che fate? E se credete di essere un commerciante o un libero professionista e restate senza clienti? Siamo vicini al terrore puro, non è vero? Così torniamo al nostro tema. Non pensiate che lo perdo di vista, anche se divago un poco.

Non possiamo capire la paura senza affrontare il tema dell’identità, perché quando questa è minacciata si scatenano i terrori più devastanti. Un credente può lasciarsi scannare per il suo credo, e con la stessa serenità può scannare i credenti di chiese concorrenti che mettono in dubbio le verità della sua fede. La vita, propria e purtroppo anche altrui, conta poco, di fronte all’imperativo di difendere l’identità individuale o di gruppo.

Angoscia è il nome che spesso si dà alla paura, quando la minaccia riguarda il nostro stesso io. Distinzione sottile e poco significativa, a mio parere, perché la paura segnala sempre una minaccia, reale o presunta, a qualcosa con cui siamo identificati: il nostro corpo, la nostra immagine, i nostri legami, le nostre idee, il nostro portafogli. E quanto più noi siamo il nostro corpo, la nostra immagine, eccetera, tanto più diventiamo cibo per l’angoscia, che si installa stabilmente dentro di noi e si dedica con solerzia al suo lavoro, che è quello di roderci le viscere.

Vecchia storia, direte voi. Già Seneca scriveva a Lucilio: non confidare in nulla di ciò che può esserti tolto. Peccato che le cose che ci possono essere tolte siano di gran lunga le più desiderabili. Tolte queste, che cosa rimane per cui valga la pena vivere? Anzi, siamo sicuri che rimanga ancora qualcosa, se togliamo quelle sopraelencate: il corpo, l’immagine, i legami, le idee, il portafogli?

Ribadisco, se per caso ce ne fosse bisogno, che io non sono sicuro di niente. Ma, voi mi chiedete, il sottotitolo di questo libro non recita Istruzioni per l’uso? E dunque, dopo aver evocato la precarietà e caducità della nostra vita, non sono tenuto a istruirvi sul da farsi?

Giusto. Visto che mi sono preso questo impegno, desidero ora precisarne il senso e i limiti in modo che voi, una volta terminato di leggere il capitolo introduttivo, possiate procedere nella lettura con una minima cognizione di causa o, per la stessa cognizione, abbandonarla.

In sintesi vi ho detto: a) che è possibile distinguere tra paure utili, che orientano l’azione all’evitamento e alla prevenzione dei pericoli, e paure superflue o dannose, che paralizzano o inducono a comportamenti abnormi; ed è pertanto possibile, ma oserei dire necessario, cercare di fare buon uso delle prime e di sbarazzarsi delle seconde. E b): che con questo scritto vi invito a partecipare a un’avventura carica di incognite tanto per voi quanto per me.

Nel punto a) mi presento come un esperto, vale a dire come uno che ha accumulato una certa esperienza in un certo campo e desidera comunicarla a suoi simili (istinto tipico dell’Homo sapiens). Converrete con me, spero, che noi ci distinguiamo dagli altri primati per la facoltà di giovarci - grazie al linguaggio - dell’esperienza altrui, oltre che per la straordinaria riluttanza a servirci di questa e in generale delle nostre specifiche attitudini, in quanto basate sull’uso del raziocinio.

L’esistenza stessa dei libri attesta la fiducia, molto spesso ma non necessariamente mal riposta, nella trasmissibilità dell’esperienza mediante carta stampata. Per quanto mi riguarda, ho già detto che non mi faccio soverchie illusioni. Mi riterrei molto soddisfatto se andasse a segno, in un piccolo numero di casi, la provocazione che intenzionalmente lancio e che potrei esprimere così: caro lettore, forse tu possiedi la rara capacità di guardare in faccia le tue paure con il solo aiuto di chi ti è vicino e di un manualetto come questo. Se così non fosse, mi auguro che questo libro ti serva almeno a prenderne atto e ti persuada a cercare l’assistenza di cui hai bisogno. Nel qual caso avrei da darti qualche consiglio su come muoverti nella giungla delle psicoterapie senza farti catturare da qualche predatore e su come negoziare la relazione col tuo terapeuta, quando ne avrai trovato uno.

Nel punto b) io scendo dalla posizione dell’esperto a quella di colui che sta facendo un’esperienza, nella fattispecie quella di scrivere. Ho già chiarito che per me il punto b) è più importante del punto a). Infatti, se privilegiassi quest’ultimo, il mio obiettivo primario dovrebbe essere quello di trasmettervi l’esperienza che ho già fatto, e che ho accumulato e stipato sotto forma di nozioni e concetti. Un’operazione che annoierebbe anche me, posso immaginare l’effetto che avrebbe su di voi. Se viceversa antepongo l’esperienza in fieri a quella già avvenuta e cristallizzata, ho almeno qualche speranza di risvegliare il vostro interesse per un tema che rispetto al piacere è esattamente agli antipodi.

Bene, credo che questo possa bastare come introduzione. Adesso sapete pressappoco che cosa potete aspettarvi. Se decidete di andare avanti, lo fate a vostro rischio. Se invece siete ancora indecisi, niente paura. Vuol dire che gli elementi che vi ho fornito fin qui non vi bastano e ve ne servono altri. In questo caso non vi resta che passare al prossimo capitolo, ma non preoccupatevi: potrete sempre scendere alla seconda fermata.

torna su