Tullio Carere Comes >> |
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Paura
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XIV . Ubi maiorCadono le barriere materiali, crollano quelle morali alla soddisfazione di un gran numero di desideri per una grande moltitudine di persone in gran parte del mondo, in quest’ultimo scorcio di millennio. Ma ora che abbondano gli oggetti del desiderio e le occasioni per soddisfarlo, il desiderio stesso sembra ritrarsi, come contrariato da tanta abbondanza. Si moltiplicano allora gli sforzi per risvegliarlo e rianimarlo, si affollano gli studi dei sessuologi di persone che portano sempre lo stesso problema: non riesco a desiderare. La bestia nera del desiderio, ormai lo sapete bene, è la sua stessa ombra: la paura. Di non essere all’altezza delle aspettative - nostre, del partner, della società - in primo luogo: non c’è come dover fornire una prestazione che lo uccide. Oppure dei nostri desideri ci spaventa l’abituale disordine e l’ordinaria distruttività. Desideriamo cose che sicuramente fanno male - alla salute, al matrimonio, alla reputazione - e non sappiamo desiderare quelle giuste. Senza contare che non siamo affatto certi di saper distinguere le une dalle altre. Come facciamo a separare il bene dal male, in presenza di una pluralità di codici e in assenza di una centrale etica universalmente riconosciuta? Possiamo fidarci della nostra coscienza? Ma ce l’abbiamo poi una coscienza capace di valutare rettamente, o abbiamo solo un misero superio - un impasto di narcisismo infantile e di norme assorbite qua e là? Siamo confusi, intimoriti dalla nostra confusione, incapaci di orientarci e colpevoli della nostra incapacità. Facciamo un passo indietro. Ritorniamo al cogito, unico punto fermo quando ogni altra cosa è in dubbio, alla coscienza di non saper nulla che è l’inizio di ogni riflessione. Prendendo le distanze da tutti i saperi particolari e da tutti i codici di valori, riguadagnamo quella visione che è tanto imparziale e obiettiva, dunque tanto vera - e su questa visione basiamo un’azione che è tanto giusta - quanto è possibile a un essere umano. Recuperiamo insomma quella capacità di intendere e di volere che avevamo momentaneamente messo da parte, allarmati non dalla morte, ma dal desiderio di morte di colui che ce l’ha insegnata. Ora sappiamo che la riflessione non basta, e tuttavia dobbiamo tenerla ben ferma, e anzi svilupparla e rafforzarla, se vogliamo sperare in un approdo postriflessivo ed evitare di cadere in qualche buco preriflessivo, come è capitato a tanti in questo secolo. Non mi riferisco solo a gente comune come voi e me, ma anche a grandi pensatori come uno di cui vi ho già parlato, che nella sua veste di rettore di un’università tedesca esortò i giovani ad affidarsi al Führer. Tanta era la sua ansia di superare il soggetto, nella pur lodevole intenzione di ritrovare l’essere da questi smarrito, che rovinò assieme a milioni di altri ben al di sotto della capacità di critica e di giudizio etico che l’Occidente aveva faticosamente conquistato nel corso della sua storia. Tanto più, dunque, occorre riflettere bene, quanto più ci si inoltra nel territorio in cui la riflessione deve essere abbandonata. Cerchiamo di chiarire il paradosso. Abbiamo bisogno di allenare il pensiero, contro la sua naturale tendenza ad appisolarsi, alla vigilanza, di modo che sia pronto a entrare in azione quando serve e altrimenti a restarsene in silenzio; ma sempre attivo quanto basta per distinguere i due casi. La riflessione, come certo ricordate, è necessaria in primo luogo per stanare i punti di arresto della corrente vitale - attaccamenti, avversioni, aspettative - che sono per lo più ben camuffati o giustificati o ignoti all’interessato. Quando siete in presenza di un blocco, una viscosità, un’incapacità o un’inerzia del desiderio e del piacere di vivere, dovete sempre sospettare l’azione inibitoria di qualcosa che potete variamente intendere come conflitto, fantasia inconscia, idea irrazionale o condizionamento, a seconda delle vostre preferenze; ma che in tutti i casi vi conviene riconoscere e neutralizzare. E se non ci riuscite? In tal caso, mi dispiace: non vi resta che ricorrere all’aiuto di uno di noi. Questa prospettiva vi indurrà di certo a moltiplicare gli sforzi e a scoprire in voi stessi risorse analitiche inaspettate che dispiegherete nel vostro ormai ben collaudato laboratorio domestico. Ma consideriamo la possibilità opposta: la corrente vitale non è bloccata, anzi fluisce gonfia e impetuosa. Vi insospettisce tuttavia la sua scarsa trasparenza o il suo aspetto francamente limaccioso, che vi sconsiglia di abbandonarvi fiduciosamente al suo corso. Mentre nel caso precedente vi impensieriva la presenza di un freno inibitorio, qui vi preoccupa la sua assenza o debolezza. Se lì occorreva indagare sulla natura dell’impedimento, qui è urgente affermare il principio che è il cavaliere, e non il cavallo, a decidere la strada da prendere. E se il cavaliere non sa dove andare, dev’essere almeno in grado di tirare le redini e fermarsi sotto il primo albero a riflettere. Qui comincia il difficile. Imporsi una condotta razionale richiede uno sforzo di volontà notevole, che non sempre basta; e anche se basta, non è detto che il risultato sia desiderabile, se è proprio il desiderio ad andarci di mezzo. Già il vescovo di Ippona ammoniva, in polemica con gli stoici, che l’esercizio di un rigido controllo razionale tutt’al più conduce a un’apatica adesione all’ordine dato delle cose, senza che al desiderio sia offerta alcuna possibilità di riscatto. Mentre proprio di questo si tratta, carissimi. Più nessuno, alla fine del ventesimo secolo, vuole barattare i suoi desideri, per quanto bassi, e le sue passioni, per quanto torbide, con una vita ordinata e ragionevole, nel fondato timore che ciò voglia dire inamidata. Pochi ormai in Occidente, e di certo nessuno tra i miei pochissimi lettori, sono ancora disposti a rinunciare al desiderio di un appagamento terreno in vista di uno ultraterreno, o magari anche su questa terra, ma da rinviarsi a dopo la realizzazione dell’ennesimo sogno di società ideale. Non voglio sostenere che la nostra generazione sia più egocentrica di quelle che ci hanno preceduto. Al contrario, dato che nell’ultimo mezzo secolo della nostra storia, grazie a un periodo di pace e benessere mai visto prima, abbiamo potuto saziare il nostro ego più di quanto sia mai stato possibile sperare, siamo ora sinceramente interessati a cercare al di fuori dei suoi confini ciò che al loro interno non si è potuto trovare. Non è prudente smettere di riflettere prima che sia entrato in scena quel desiderio in presenza del quale possa valere la massima ubi maior minor cessat. Le piccole e mediocri ma tenacissime passioni, infatti, non saranno mai estinte dal più ragionevole dei pensieri, ma solo da una passione più grande. Ora, qual è la passione più grande, la passione originaria che mette in fila tutte le altre? Che sia la passione dell’origine è ben chiaro; ma che cosa si debba intendere con questo lo è molto meno. Tanto è vero che sembra scontato, a una moltitudine di persone che hanno passato anni della loro vita distese su un divano a confabulare, o sedute ad ascoltare le confabulazioni di altre distese, che per passione originaria si debba intendere quella del bambino per la madre, altrimenti detta desiderio edipico (con le varianti canoniche: desiderio della bambina per il padre e desiderio invertito di entrambi per il genitore dello stesso sesso). Se così fosse, che si potrà mai fare con una passione tanto malsana quanto inestirpabile? Si cercherà di risanarla, sapendo che è insanabile, o di sublimarla, sapendo che ciò vuol dire rivestire di nobili forme l’ignobile desiderio infantile. Non sarà pertanto improbabile che l’interesse per l’impossibile compito di crescere, guarire o educare lasci alla fine il posto al più gratificante, se pure a sua volta un po’ insano, piacere di inseguire gli intrighi e i maneggi della libido perversa al di sotto di quanto di più elevato gli uomini si sono inventati per distogliere lo sguardo dalla loro triste condizione. Intendiamoci: non mi sogno di negare l’esistenza del conflitto edipico, piaga non meno reale e ubiquitaria della carie dentale. Nego solo l’appartenenza di entrambi i malanni all’essenza dell’uomo per evitare di trovarmi, come terapeuta e come uomo, in un vicolo cieco. Ho bisogno, invece, di un quid originario che non sia solo il fondamento della vis medicatrix naturae, cui debbo fare appello come medico, ma soprattutto sappia attirare il mio desiderio sottraendolo alla fascinazione degli oggetti infantili: cosa di cui non può fare a meno chi da essi voglia mai sperare di affrancarsi. L’errore che rende il tempo perduto introvabile consiste nel cercarlo nel posto sbagliato: nel passato, storico o mitico, o nel futuro, in questa o un’altra vita. Poiché sapete bene che non sono un profeta della Nuove Era, non vi aspettate che ora vi dica che cosa dovete fare per ritrovarlo. Ma come sia possibile attivare e coltivare un desiderio che non sia vano e illusorio già in partenza, questo avete il diritto di chiedermelo. Siete d’accordo che rimpiangere il passato e aspettare il suo ritorno è un passatempo da nevrotici? Benissimo. Ma se la dimensione da cui siete usciti - per diventare un soggetto che sta di fronte a un oggetto - è ancora qui, intatta, nulla vieta che il tragitto sia ripercorso in senso inverso. Io posso essere qualcuno che sta davanti a qualcosa in quanto quel qualcuno che io sono e quel qualcosa che ho davanti a me non sono che parti momentaneamente distinte di un tutto che comprende entrambe. Con questo tutto la parte non cessa mai di desiderare un ricongiungimento che nello stesso tempo teme, perché ne potrebbe derivare il suo annullamento come entità separata. Da qui la tendenziale distruttività del desiderio e il suo legame essenziale con la paura, che ben conoscete. Questo significa che il cammino a ritroso, dall’ente separato all’essere, è equivalente alla morte del primo, o implica comunque un passaggio mortifero, come un atto perverso o l’assunzione di una droga? Così è in effetti, quando le due parti di noi - quella che vuole persistere nella sua separatezza e quella che vuole ricongiungersi al tutto - sono l’una contro l’altra armate in una lacerante guerra intestina. L’esistenza di queste due anime era ben nota agli antichi che distinguevano il tipo di pensiero proprio di ciascuna, detto rispettivamente dianoetico o discorsivo, e noetico o intuitivo; ed è confermata dalla moderna neuropsicologia, che ha riconosciuto nell’emisfero sinistro - sede del linguaggio e delle funzioni analitiche in genere - la base cerebrale della prima, e in quello destro - sintetico-olistico - la sede della seconda. L’emisfero sinistro era detto fino a poco tempo fa dominante, a testimonianza del fatto che l’Occidente ha sempre privilegiato la logica rispetto all’intuizione e la parola rispetto al silenzio, al contrario dell’Oriente. L’espressione tende oggi a essere abbandonata, essendo stato riconosciuto che ciascuno dei due emisferi ha le sue proprie aree di influenza. Come nel matrimonio ordinario, in cui il marito ha il potere economico e la moglie quello domestico e ciascuno dei due usa quello che ha nel trattamento delle vertenze quotidiane. La collaborazione che invece voi, carissimi, avete iniziato con vostra moglie, è assolutamente fuori dell’ordinario e me ne congratulo vivamente. Incoraggiati dai primi risultati che avete ottenuto, sarete ora sicuramente interessati ad avviare una collaborazione analogamente fruttuosa tra le due metà del vostro cervello. Ma per questo occorre che in primo luogo le rispettive sfere di competenza siano ben definite. Il pensiero dell’anima dianoetica è razionale, cioè mediato dalla parola, dal discorso, dal ragionamento; mentre l’anima noetica ha una presa intuitiva, immediata e diretta sull’esperienza. Se riuscite a mettere a tacere il chiacchericcio che viene ininterrotto dalla parte sinistra e a restarvene almeno per qualche attimo in silenzio nella vostra anima di destra, potete ritrovare quell’esperienza indivisa in cui non ci siete più voi che vedete qualcosa e mentalmente dite “questo è un albero”, ma c’è la visione dell’albero, senza alcuna distinzione tra qualcuno che vede e qualcosa che è visto. In questi momenti si ricompone l’unità e la totalità del mondo. Dobbiamo cercare di non cadere nella trappola - o meglio: dobbiamo cercare di uscire dalla trappola in cui siamo già caduti - di ritenere che il ragionamento sia più vero e affidabile dell’intuizione o viceversa. In realtà i nostri ragionamenti possono essere non meno capziosi di quanto siano fantastiche le nostre intuizioni, dal momento che il pensiero prodotto da entrambi gli emisferi risente delle influenze provenienti dalle pulsioni dell’organismo e dalle pressioni del mondo esterno. Già sappiamo che il nostro io, come entità psicologica, è al servizio di due o tre padroni; cosa che vale per entrambe le sue funzioni, l’analitica e la sintetica. Il primo uomo libero e il primo individuo dell’Occidente è stato colui che, sapendo prendere le distanze e revocare in dubbio ogni sapere, ha potuto affrancarsi dagli interessi sottesi a ognuno di essi. Questo soggetto capace di intendere e di volere, che viene al mondo con la riflessione, è libero tuttavia solo a metà. Il soggetto socratico-platonico, infatti, non vive bene nella sua pelle, un involucro di passioni terrene che lo trattiene quaggiù come in una prigione. Da questo bozzolo egli aspira a liberarsi con un’ascesi razionale che di gradino in gradino lo porti fino al puro e incontaminato mondo delle idee. L’ideale freudiano - dov’era l’es deve venire l’io - riproduce lo stesso movimento di dominio delle passioni corporee mediante lo strumento analitico-razionale, ed è quindi perfettamente in linea con il motivo dominante della metafisica occidentale. Ma voi, che in questo secolo avete assitito alla grandiosa parabola della psicoanalisi, dall’irresistibile ascesa al lento declino fino al colpo di grazia - l’abiura di Woody Allen - non potete più accontentarvi di una mezza libertà, e giustamente la volete tutta. Ora che avete imparato a riflettere rettamente, volete anche rettamente intuire e sentire. Avete capito che a questo fine il metodo discorsivo-analitico serve fino a un certo punto, oltre il quale è di ostacolo. Siete pronti quindi, dopo aver utilizzato la riflessione per sospendere ogni giudizio e aspettativa, a sospendere anche questa. Nella lotta di liberazione della sezione di destra della vostra anima avete di fronte due nemici. Il primo è il pensiero razionale-analitico che, indispensabile finché si tratta di analizzare e ragionare, diventa un impedimento se non si fa da parte quando è venuto il momento di tacere. Il secondo è interno alla facoltà noetica, e consiste in un’oggettivazione ingenua dell’esperienza intuitiva: che si verifica quando, invece di riconoscere nella singolarità della vostra intuizione la vostra verità, cioè il modo in cui l’essere si rivela a voi personalmente, vi immaginate che la vostra verità sia la verità, valida ovunque e per chiunque. Ciò che si mostra alla vostra intuizione è certamente una verità universale, ma solo nel senso che è il modo in cui l’universo si manifesta a voi. Se avete una religione (sono convinto che ne avete una, anche se voi non lo siete), avete perfettamente ragione di considerarla vera e perfettamente torto di considerarla più vera di un’altra. Ogni cosa è finita, vi ricorda un grande teologo tedesco, in quanto i suoi confini sono intagliati nell’infinito. Ogni entità individuale, come singola realizzazione o incarnazione del mondo delle infinite possibilità, è un simbolo dell’infinito. La realtà si apre sotto i vostri occhi, se cominciate a vedere ogni cosa sub specie infinitatis. O, nel caso il linguaggio bioniano incontrasse il vostro gusto più di quello spinoziano, se vedete in ogni oggetto K una trasformazione di O. Eccoci dunque arrivati alla passione originaria, al desiderio di infinito che anima ogni creatura finita, la porta all’entusiasmo o alla disperazione attraverso tutta la gamma dei sentimenti intermedi e si divide in due correnti distinte. Nella prima ha il volto sanguigno dell’eros regressivo e trasgressivo, incestuoso e perverso, altrettanto micidiale nella passione amorosa come in quella politica o religiosa. Nella seconda ha la leggerezza dell’eros vitale, risanativo e rigenerativo. In ciascuno di noi le due correnti formano una mescolanza particolare in cui la prima, quasi sempre più abbondante e impetuosa, per lo più copre fino a obliterare del tutto la seconda. Che la via regressiva-trasgressiva all’infinito, altrimenti detta onnipotenza infantile, sia di gran lunga più popolare dell’altra, è un dato che non ha bisogno di spiegazioni. Sulla prima l’intollerabile senso di separazione può essere cancellato immediatamente, se pure attraverso un’appropriazione indebita, una rottura violenta dei confini individuali propri o altrui, o più semplicemente una fuga nell’immaginario. La seconda richiede invece un lungo apprendistato, che passa per l’esercizio della riflessione e arriva a una pratica di ascolto non discorsivo. Bene o male un certo adattamento alla realtà l’avete raggiunto; ma se ora siete così ambiziosi da puntare alla conversione del desiderio dalla trasgressione all’apertura, dovete prendere in considerazione un investimento su questo obiettivo superiore ai ritagli di tempo e di attenzione che finora gli avete dedicato. Ma questa è un’altra storia. Il compito che mi ero dato, e che qui si conclude, era quello di aiutarvi a distinguere tra paure utili, che vi sollecitano a far fronte a minacce non immaginarie, e paure superflue o dannose, radicate in una percezione inadeguata di voi stessi e del mondo. A questo scopo abbiamo passato in ricognizione le diverse sfere dell’esistenza - reale, immaginaria e possibile - e per non smarrirci abbiamo usato una mappa con quattro punti cardinali che collegano due assi, corrispondenti ai piani psicologico e spirituale dell’esperienza. Siamo infine giunti a considerare il desiderio, che la paura regolarmente accompagna come un’ombra trattenendo il desiderante dal compiere gesti sconsiderati e inducendolo a riflettere sulle conseguenze cui va incontro. Oltre a questa azione buona e lodevole, tuttavia, la paura ha il potere di paralizzare il desiderio quando, assecondandolo, rischieremmo di perdere l’approvazione di coloro senza il cui sostegno pensiamo di non poter sopravvivere, o di turbare in altro modo l’equilibrio su cui si regge l’identificazione di noi stessi, senza la quale non sapremmo più chi siamo. E’ pertanto di cruciale importanza saper distinguere quel desiderio che dev’essere temuto, tanto che se non lo temete abbastanza finirete per cacciarvi in qualche guaio, da quello che non è giusto temere, perché ciò che seguendolo perderereste potete e anzi vi conviene perderlo, se volete trovare qualcosa che vale molto di più di ciò che per trovarlo avrete perduto. Spero, in ogni modo, che almeno in queste pagine abbiate trovato qualcosa che fa al caso vostro. Se così non fosse, mi dispiacerebbe ma non sarei pentito di averle scritte, perché scrivendole intendevo soddisfare in primo luogo il mio desiderio, e non il vostro. Ma, per non sembrarvi fino in fondo troppo cinico, aggiungerò che cammin facendo mi sono affezionato a voi, anche se la vostra esistenza è per il momento soltanto virtuale e non è ancora stata dimostrata. Questo di per sé non è un inconveniente troppo grande, dato che altre entità virtuali, la cui esistenza non è mai stata dimostrata, sono state capaci di ispirare alcuni capolavori immortali. Se quindi voi non avete una collocazione certa nel mondo reale, la vostra esistenza in quello possibile, e non solo in quello immaginario, è sicuramente attestata dal fatto che dialogando con voi ho portato felicemente a termine questo lavoro. Prendo dunque congedo, ringraziandovi per la vostra presenza affettuosa, paziente e giustamente critica. Se avrete messo in pratica qualcuno dei suggerimenti che vi ho dato, fatemelo sapere: sarò molto lieto di apprendere che siete dotati anche di un’esistenza reale, oltre che dell’intelligenza, del buon senso e della buona volontà di cui non ho mai dubitato. _ |