Tullio Carere Comes >> |
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Paura
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IV . Polli metropolitaniNon sono sordo né insensibile alle vostre proteste. Avevate apprezzato la mia libertà di pensiero e indipendenza di giudizio, e ora vi deludo perché parlo come uno psicoanalista qualsiasi che riduce tutto all’infanzia, come se non esistesse una realtà attuale, come se una persona adulta non avesse diritto ad avere dei problemi senza sentirsi dire che il vero problema è che non è cresciuta. Vi viene il sospetto che io viva in un mondo a parte, che non sia in contatto con la realtà quotidiana in cui vivete voi, che non sappia che cosa vuol dire far quadrare il bilancio per arrivare alla fine del mese. Gli incubi immaginari di cui mi occupo io sono altra cosa rispetto all’incubo molto reale di perdere il posto di lavoro. Lo so, io, che cosa significa questo? Cercherò di riconquistarmi la vostra fiducia sottoponendovi un altro frammento della mia biografia, cosa che un vero psicoanalista non farebbe mai. Vi ho già parlato della mia incapacità di appartenere che mi ha impedito di diventare un seguace di qualsiasi scuola o setta, benché ci abbia provato più volte. Il desiderio del tepore del gregge combinato con il rifiuto di farne parte ha prodotto un destino di spaesamenti e peregrinazioni che ha richiesto diversi anni per consumarsi. Mi ci è voluto un bel po’ di tempo per riconciliarmi con la condizione che è sempre stata mia: quella del viaggiatore che non ha guide né maestri, a parte il suo demone, ma solo compagni di viaggio. Se la mia sia una modalità di esperienza in sé valida e legittima, o piuttosto una scelta luciferina, o magari un disturbo narcisistico della personalità, non posso essere io a dirlo. Io la mia idea me la sono fatta, voi fatevi la vostra. Ma vengo al punto. Avendo avuto cura di sciogliere i legami con tutti i maestri e le scuole che ho incontrato sulla mia strada, mi ritrovo oggi molto libero, cosa di cui sono felice, e piuttosto isolato, cosa di cui lo sono meno. Anche perché questo mi colloca, secondo gli studi prospettici di settore, in un gruppo a rischio. Dovete sapere che in tutto il mondo civilizzato il rapporto tra domanda e offerta di psicoterapia si sta abbassando continuamente e inesorabilmente. La previsione è che nel prossimo decennio una frazione non irrilevante di coloro che oggi esercitano questa professione dovrà trovarsi qualcos’altro da fare; essendo gli atipici come me, fuoriusciti dai circuiti istituzionali, ovviamente i più esposti a tale evenienza. Ebbene, amici, la triste realtà è che la mia occupazione è a rischio quanto e più della vostra. Con l’aggravante che io ho passato i cinquanta e non so fare altro. Se pensate che la cosa mi inquieti, avete perfettamente ragione. Debbo fronteggiare, come voi, una minaccia non immaginaria. Che posso fare? Rientrare in qualche ovile, non se ne parla nemmeno: anche se volessi, non ho più l’età. Se d’altronde potessi, non vorrei, perché non sono minimamente pentito: rifarei tutto quello che ho fatto e ridisferei tutto quello che ho disfatto. E allora? “L’importante, amico mio, è scavarsi una nicchia e resistere”, è scritto su un biglietto di auguri che ho ricevuto per il mio compleanno. E come si fa a scavarsi una nicchia? Come fanno tutti, in questi frangenti: si fonda una scuola. Si scrive un libro in cui si dimostra che il proprio modello è superiore a tutti gli altri, si raccolgono e si organizzano i seguaci. Così, dopo aver passato la vita a scontrarmi con i seguaci di tutte le scuole, dovrei fondare la mia e indurre qualcuno a seguirmi. Mi attira di più l’idea di passare il resto dei miei giorni in un monastero del Ladakh (regione himalayana). Ma c’est la vie, obiettate voi. La vita sociale è organizzata in parrocchie, partiti, clan, logge, associazioni pubbliche e private. Se non sopporti di essere un gregario devi fare il leader, è la legge del branco. Lo capisco, e fino a un certo punto persino lo apprezzo. Tuttavia, abbiate pazienza: anche tra i lupi si trovano esemplari che preferiscono starsene fuori. In ogni modo, un libro lo sto scrivendo lo stesso: quello che voi state leggendo. Mentre colgo l’occasione per ringraziarvi della fiducia che mi avete accordato fino a questo momento, mi viene un dubbio. Se vi invito, come ho fatto, a seguirmi nell’esplorazione delle vostre e delle mie paure, non sto per caso cercando subdolamente di procurarmi anch’io dei seguaci, nonostante abbia appena affermato il contrario? Spero di no; comunque è meglio che stiamo tutti in guardia, non si sa mai. Anche se non è rivolta a fini così riprovevoli, la stesura di questo testo è ugualmente collegata al tema: nel senso che la paura non ne è solo l’oggetto dichiarato, ma anche il movente. Infatti, che cosa fareste voi al mio posto? Data l’incertezza che grava sul vostro futuro professionale non tentereste di riciclarvi in qualche modo? Ebbene, è proprio quello che cerco di fare. Tra i fattori che mi hanno spinto a scrivere c’è anche, lo ammetto, la fantasia di prepararmi un’alternativa come biblioterapeuta, nel caso la professione di psicoterapeuta un giorno non tanto lontano non mi desse più abbastanza da vivere. Lo so, è una fantasia che andrebbe tenuta nascosta, perché appena portata alla luce si rivela in tutta la sua miserevole inconsistenza. Il fatto è che nella mia situazione (e forse anche nella vostra) le alternative sono tutte un po’ evanescenti, e in qualche modo bisogna pur darsi da fare. La paura ci segnala un pericolo reale, anche se non immediato, e ci induce a prendere i provvedimenti idonei a scongiurarlo. Tutto ciò che possiamo fare sul piano di realtà, lo facciamo. Ma se, come nel mio caso, su questo piano non c’è molto da fare, ci conviene considerare la questione da un’altra angolatura. Adesso siete perplessi. Esiste un altro piano, oltre a quello di realtà? A parte l’immaginario, naturalmente. Cerchiamo di intenderci. Fino a questo momento abbiamo considerato un universo bidimensionale. C’è la realtà, in cui le cose sono quello che sono, e c’è l’immaginario, in cui le cose sono quello che ci piacerebbe oppure temiamo che siano. Il mondo in cui siamo sobri, e il mondo dei sogni e degli incubi. L’esperienza adulta e quella infantile. Che altro può esserci? Un’altra dimensione dobbiamo presupporla. Io sono uno psichiatra, ma sarei potuto essere un cardiologo, un omeopata o un idraulico. Tra tutte le possibilità che erano ancora aperte prima che facessi una scelta, una si è realizzata. Tutto ciò che è reale, lo è in quanto tra infinite possibilità se ne è realizzata una. Ne consegue che è opportuno considerare tre mondi:
Le due frecce tra il cerchio centrale e quello di sinistra stanno a indicare i due flussi di un traffico regolato dalla legge già esaminata: il dominio del desiderio e della sua ombra inseparabile, la paura, ci proietta veloce come il lampo nell’immaginario, mentre la sospensione dei giudizi condizionati da queste e altre emozioni ci riporta, ma ahinoi più lentamente, nella realtà. Quando il nostro piede poggia ragionevolmente fermo e stabile nel territorio di mezzo, la paura diventa un segnale utile. Ci avverte dei mille pericoli che insidiano la nostra vita in questo mondo e ci aiuta a neutralizzarli. Ma se in questa lotta quotidiana pensiamo di avvalerci dei mezzi e delle risorse che troviamo intorno a noi, e solo di quelli, arriviamo ben presto a scoprirne l’insufficienza. Il controllo che possiamo esercitare sugli avvenimenti da cui dipendono il nostro benessere e la nostra stessa sopravvivenza è penosamente al di sotto del livello che ci farebbe sentire al sicuro. Se con un lavoro lungo, paziente e mai del tutto compiuto ci siamo conquistati una relativa autonomia dalle paure infantili e abbiamo preso un domicilio non troppo aleatorio nella realtà adulta, è solo per scoprire che anche qui la paura imperversa. E come nel mondo immaginario non si trovava la chiave per venire a capo dei problemi che colà si presentavano, tanto che per cercarla abbiamo dovuto uscirne e trasferirci nel mondo che ora abitiamo; così di nuovo ci sembra di affannarci inutilmente nel tentativo di risolvere problemi che nella nostra nuova casa non hanno soluzione alcuna. Uno stato di cose che Freud sintetizzò da genio qual era, quando osservò che il compito della psicoanalisi è quello di trasformare una infelicità nevrotica in una infelicità ordinaria. Siamo usciti dalla trappola dell’immaginario, siamo approdati al reale, ma non ci stiamo tanto bene. Non possiamo credere che sia questa, così angusta e inospitale, la nostra dimora definitiva. Ci chiediamo se esista una via di uscita che non coincida con una regressione all’immaginario. Tentiamo di riconnetterci alla sfera delle infinite possibilità. Bion, uno psicoanalista inglese ma nato in India, ha felicemente indicato con la lettera O quel mondo: O come origine, O come infinito e come zero, come generatività senza limiti e come ignoto. Noi possiamo conoscere solo ciò che si è realizzato, e quindi appartiene alla realtà. Di ciò che è ancora nella mente degli dei non sappiamo nulla. Ancora più felicemente Bion ha escogitato la formula “F in O” per designare l’atteggiamento mentale che apre l’accesso a quel mondo. F sta per fede, e questo spiega l’irritazione dei suoi colleghi di scuola kleiniana (una delle tante sette psicoanalitiche), cui anche Bion apparteneva, che lo accusarono di aver voluto restaurare la religione, un’illusione senza avvenire. Ma ai suoi critici l’anglo-indiano faceva giustamente osservare che ciò che è essenziale, per lo psicoanalista, è l’affidamento a un vuoto di sapere che gli consenta di udire l’inaudito senza bisogno di ridurlo al già noto. Se questo spazio di ascolto viene riempito da un credo, scientifico o religioso che sia, la sua funzione è perduta. Una fede senza credo, ecco una chiave che sarebbe assai utile agli psicoanalisti (molti di loro non la conoscono o non sanno usarla), ma soprattutto a noi, se impareremo a servircene. Permettetemi quindi di anticipare la vostra obiezione. Per potersi fidare dell’ignoto bisogna presupporre che l’ignoto sia affidabile: e come si fa a considerare tale un quid che non si conosce? Certo, la conoscenza può essere surrogata da un credo, per chi si accontenta. Ma forse voi siete più esigenti, mentre io, come già sapete, non ne sono capace. E allora? Io parto da quello che ho: l’esperienza. Quella professionale, per cominciare. Una persona viene da me e mi chiede di liberarla da questo o quel sintomo o di risolverle questo o quel problema o di darle tutto l’amore che nessuno le ha mai dato. Nel più breve tempo possibile e senza toccare i suoi equilibri né mettere in discussione le sue scelte. In un periodo variabile da poche settimane a diversi anni questa persona scopre che non può ottenere da me quello che mi chiede. A questo punto mi lascia e va a cercare qualcun altro più competente di me. Oppure si arrende e inizia a collaborare, inaugurando in tal modo la terapia vera e propria. In effetti la resa del paziente è necessaria, ma non sufficiente. Perché la terapia inizi davvero occorre, oltre a questa, anche quella del terapeuta. L’aveva già capito nostro padre Freud, che immaginava di poter arrivare un giorno a comprendere ogni cosa nei termini di una psicologia scientifica da lui chiamata metapsicologia, ma che, va detto a suo onore, non era affatto schiavo di questa sua fantasia. Infatti era capace di riconoscere che “la riuscita migliore si ha nei casi in cui si procede senza intenzione alcuna, lasciandosi sorprendere ad ogni svolta, affrontando ciò che accade via via con mente sgombra e senza preconcetti”. Quando paziente e terapeuta sono pronti a rinunciare alle rispettive idee fisse, soprattutto quelle scientifiche o religiose o altrimenti metafisiche, che sono le più insidiose, può prendere l’avvio un corso di eventi orientato al risanamento e alla crescita: un processo che, una volta neutralizzati i desideri e le teorie dell’una e dell’altra parte, può essere guidato dalla sua logica interna. Occorre, in altri termini, un capovolgimento di prospettiva, che non è più: che cosa noi chiediamo alla terapia, ma: che cosa la terapia chiede a noi. Si può osservare lo stesso passaggio anche in altri ambiti. Per esempio si potrebbe dire che con la transizione da: che cosa noi chiediamo al matrimonio, a: che cosa il matrimonio chiede a noi, finalmente comincia, le rare volte che comincia, il vero matrimonio. Lo spostamento di accento dal terapeuta alla terapia, dal marito al matrimonio, e in generale dall’individuo alla relazione, implica il riconoscimento di una priorità del tutto rispetto alla parte. E’ un riconoscimento cui il nostro ego (la parte) resiste con tutte le sue forze. Come, domanda incredulo: non sono io la cosa più importante, la cosa originaria, il centro intorno a cui tutto deve girare? Con tutta la fatica che ho fatto per ridimensionare i miei sogni e trasformarli in progetti realistici, che cosa si vuole ancora da me? Mi dite che dovrei subordinarmi alla logica di un processo che non ho prodotto, non determino e non controllo. Insomma, mi volete morto? Una morte simbolica, una mortificazione della pretesa di sovranità e centralità dell’ego è il prezzo da pagare per riattivare il processo generativo. Ma precisiamo subito: perché l’io decida il suicidio (simbolico), bisogna che in primo luogo esista. Vale a dire, che non sia un’ipotesi vaga e vagante, un ectoplasma gelatinoso e camaleontico pronto a identificarsi con qualsiasi oggetto o comando; e nemmeno un’immedesimazione fissa e tenace con uno o più personaggi della galleria infantile. L’io che può decidere di farsi da parte è un io abbastanza adulto, compatto e ragionevole da capire che gli conviene farlo. Un io che ha abbandonato le illusioni grandiose, come anche i sensi di colpa catastrofici dell’esistenza infantile. Che ha messo i piedi a terra e ha lottato e lavorato sodo per realizzare i suoi progetti. Tanto sodo e tanto seriamente da arrivare alla triste, per quanto tardiva, scoperta che la sua vita non è nelle sue mani. Qui l’ottimismo della volontà alla fine s’infrange (dopo che già da un pezzo il pessimismo si era impadronito della ragione). Non voglio dire che un uomo non possa realizzare alcuni progetti: certamente può, se è sufficientemente determinato e se le condizioni non sono troppo avverse. Dico solo che la determinazione e la fortuna non sono mai così grandi da rendere credibile, altro che occasionalmente, la rappresentazione di un mondo che si lascia governare dalla sana ragione e dalla buona volontà (per lo meno dalla ragione mediamente sana e dalla volontà mediamente buona della persona mediamente adulta, quale voi e io siamo). A questo punto siamo di fronte a un’alternativa secca: se i nostri sforzi da soli non ci forniscono un controllo apprezzabile sul corso della nostra vita, o ci rassegnamo alla sua sconfortante mancanza di senso, o troviamo un senso in qualcosa che non dipende (unicamente) dai nostri sforzi. La seconda ipotesi corrisponde all’idea che la vita abbia una sua logica propria, e che con questa logica sia possibile in misura maggiore o minore sintonizzarsi, abbandonando il tentativo di imporre agli eventi la nostra. Se, per esempio, Giacomina si lamenta di non riuscire mai a trovare l’uomo giusto, nessuno di noi è disposto a credere che sia sfortunata. Siamo tutti convinti che in realtà lei sta cercando l’uomo sbagliato. Pensiamo che le occasioni giuste non mancherebbero, se solo il suo sguardo non si posasse sprezzante su tutti i candidati che non corrispondono al modello che lei ha in mente. Nessuno di noi avallerebbe la sua tesi sulla penuria di veri uomini. Mancano di sicuro i veri uomini, per come lei li intende: forti, sicuri e appassionatamente innamorati di lei. Ma non scarseggiano i partner potenzialmente adatti a lei: ecco una prima intuizione del mondo delle (virtualmente) infinite possibilità. Siamo anche convinti che la nostra amica non dovrebbe andare a cercarsi il suo uomo con il lanternino. L’incontro avverrebbe più o meno per forza propria, non appena lei se ne rendesse disponibile. Ora, mettiamo che questo sia già accaduto. Giacomina si è arresa, ha abbassato le pretese e tirato su la claire, e ha trovato subito il suo Peppino, che era lì che la stava aspettando. Un bravo ragazzo, intelligenza, aspetto e posizione nella media, giustamente insicuro e problematico come lei. Si sono messi assieme. Sono due ragazzi modesti, il loro rapporto è modesto come loro. Si sposano, mettono al mondo dei figli, tirano avanti. Ma non sono contenti. Sentono che manca qualcosa, non è quello che si aspettavano. Giacomina ricomincia a pensare che in fin dei conti Peppino non era l’uomo giusto. Peppino si prende qualche scappatella. Il loro rapporto diventa ancora più modesto, con puntate verso lo squallido. Stanno insieme per i figli, la prole è il loro unico progetto. E’ possibile che vada a finire così: abbastanza spesso va a finire così. Ma non è detto. Infatti noi sappiamo, lo sappiamo con certezza, che Giacomina e Peppino sono due persone potenzialmente molto più ricche di quanto sembri. Sono entrambi, secondo la felice metafora di un gesuita (anche lui indiano, come lo psicoanalista), aquile addormentate che sognano di essere polli. Ecco una seconda intuizione del mondo delle infinite possibilità. Supponiamo adesso che per un evento fortunato - per esempio hanno letto un libro del gesuita, oppure questo - avvenga in uno dei due un principio di risveglio: non dal mondo immaginario (questo, bene o male, è già avvenuto), ma da quello della realtà ordinaria, in cui vivono la loro vita senza scosse di polli metropolitani. Giacomina, che è stata la prima a svegliarsi, comincia a borbottare, parafrasando senza saperlo un saggio cinese: ho sognato che ero un’aquila, e ora non so più se sono un pollo che sogna di essere un’aquila o un’aquila che sogna di essere un pollo. Così ragionando tra sé e sé, scuote Peppino e gli comunica il suo dubbio. Dopo un po’ sono in due a porsi la fatidica domanda: chi sono io veramente? Cari amici, vi avverto che questo dubbio va praticato con prudenza, perché il vostro senso abituale di identità potrebbe esserne danneggiato. Tuttavia dalle incrinature così prodotte potrebbe filtrare qualcosa di un mondo più vasto e più ricco di quello in cui attualmente vivete. Come insegnava anche uno sciamano ebreo che ha avuto molto successo (postumo) in Occidente, dobbiamo perdere qualcosa della nostra identità ordinaria per ritrovarci in un senso più essenziale. Il passaggio fa paura, perché sappiamo quello che lasciamo, non quello che troviamo (se mai troveremo qualcosa). E’ meglio affrontare questa paura nel tentativo di liberarci da quelle che ci affliggono nel mondo reale, o piuttosto tenerci queste per evitare guai peggiori? E se i saggi indiani, cinesi ed ebrei si fossero tutti sbagliati, e il mondo delle aquile di cui ci parlano non fosse altro che un settore dell’immaginario infantile refrattario a qualsiasi riduzione? Amici, io sono un povero terapeuta, non un profeta. Non ho verità da annunciare, ho solo domande da porre, a voi e a me stesso. Ma ho anche un’esperienza, e siccome anche voi ne avete una (perché, come me, avete cominciato a farvi delle domande), le possiamo confrontare. Se pensate che ne valga la pena, andiamo avanti.
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