Tullio Carere Comes >> |
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Paura
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IX . Dello scienziato e del misticoLo so, ho lasciato a metà il discorso sul monito di Apollo, e voi aspettate con impazienza che vi dica come va a finire. Dovete dunque sapere che i Greci per un po’ si accontentarono della prima versione che vi ho ricordato, cioè convennero che il dio, invitandoli a conoscere sé stessi, li esortasse a prendere atto della distanza che li separava da lui: a riconoscere, insomma, di essere dei semplici mortali. Accettarono, pur senza troppo entusiasmo, il richiamo alla loro finitezza perché sapevano, come sappiamo bene anche noi, a quali guai va incontro, e quanti ne procura a chi gli sta attorno, l’uomo che crede di essere un dio. E tuttavia questa soluzione - noi mortali quaggiù, gli dei lassù sull’Olimpo - per quanto ragionevole e ordinata, non soddisfaceva pienamente il Greco. Non c’è modo, si chiedeva, di lavare il bambino dalle sue illusioni senza buttarlo via con l’acqua del bagno? Ma per avere una risposta dovette aspettare Platone. A capire il senso del precetto di Delfi, disse l’allievo di Socrate per bocca del maestro - leggendo i suoi dialoghi non sappiamo mai bene chi dei due sta parlando - ci aiuta il ricorso a un paragone. Come l’occhio non può vedere sé stesso direttamente, ma deve specchiarsi in qualcos’altro, ugualmente il conoscitore può conoscersi solo riflettendosi in un altro. E che cosa trova, guardando in sé stesso, di diverso da sé? La parte migliore dell’anima, che essendo simile al dio è altro rispetto a tutto ciò di cui ha già riconosciuto la natura caduca e mortale. Questo nucleo essenziale è altro rispetto a tutto ciò che di sé l’uomo vorrebbe conservare - il corpo, l’immagine, le passioni - eppure solo in esso, pensa Platone, l’uomo è propriamente sé stesso. Così l’immortalità, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra, direte giustamente voi. L’idea che ci sia nell’uomo almeno una parte simile al dio, e dunque immortale, è dura a morire. D’altra parte, siamo sicuri che la sua dipartita ci renderebbe migliori e più felici? Se Apollo ci ammonisce a non divinizzare il nostro io umano, sin troppo umano, la bontà del suo consiglio non può sfuggire a nessuno. Ma se, fatto questo, ci invita a non arrestarci, e a cercare in noi un quid sovrapersonale e sovrumano che ci apparenta a lui, è difficile leggere in questa esortazione un incoraggiamento alla regressione nel giardino d’infanzia. Un tratto caratteristico di tutta la filosofia antica, greca e romana, è quello di subordinare qualsiasi speculazione teorica a una pratica di trasformazione dell’esistenza da un livello dominato dalle passioni disordinate e dalle preoccupazioni correnti a un altro orientato intorno al suo principio essenziale. Lo stesso si può dire del pensiero orientale, il cui più illustre esponente era arrivato alle stesse conclusioni di Platone un secolo prima di lui e forse anche più lucidamente. Al riconoscimento della mortalità corrisponde la dottrina dell’anatta: tutto ciò che nasce muore, tutto ciò che è composto si decompone. Verità inoppugnabile tanto per la logica quanto per l’esperienza, ma non per l’Occidente cristiano, tenacemente aggrappato alla fede nell’immortalità non solo delle anime, ma persino dei corpi. L’anima è destinata a decomporsi definitivamente come il corpo, insegnava invece il Buddha: ma da questa disgregazione, e dal dolore che comporta, qualcosa si salva. Questo qualcosa è anche per lui un quid sovrapersonale che rende l’illuminato simile a un dio. Se ora vi allarma il sospetto che io nutra speciali simpatie per i platonici o per i buddhisti, sarà mia cura tranquillizzarvi citandovi un pensatore inattuale del secolo scorso che ne aveva pochissime per entrambi, e che tuttavia fece pronunciare al suo Zarathustra queste parole: “Tu devi voler bruciare te stesso nella tua stessa fiamma: come potresti volere rinnovarti, senza prima essere diventato cenere!”. D’accordo, non sono parole troppo tranquillizzanti per il lavoro che vi attende, ma io volevo rassicurarvi solo sulla mia non appartenenza ad alcuna scuola, antica o moderna. Non ne avete bisogno? Avete ragione, sono io che ho bisogno di ribadire la mia libertà di pensiero con una frequenza che vi insospettisce. Diciamolo chiaro, il vostro (e il mio) dubbio: se fossi davvero così libero come mi piace pensare, sentirei ancora l’esigenza di riaffermare così spesso la mia autonomia rispetto a tutti i miei padri? Forse l’accostamento tra Platone, Buddha e Nietzsche vi sembrerà troppo ardito. Sono differenti i temperamenti, gli orizzonti culturali e gli stili di vita, eppure è simile, se non sovrapponibile, la lettura che hanno o avrebbero dato del precetto di Delfi. Per tutti e tre conoscere sé stessi significa in primo luogo accertare la finitezza e la mortalità del nostro io; in secondo luogo riconsegnare la sostanza transeunte di cui siamo fatti alla morte, cui del resto appartiene di diritto, per risvegliarci alla parte oltreumana del nostro essere. Se volete prendere la cosa per vera perché l’hanno detta quei grandi, fate pure, ma poi non dite che ve l’ho suggerito io. In ogni caso, come ben potete immaginare, io non lo faccio. Pur sapendo di fare una cosa scontata e per di più sospetta, ripeterò ancora una volta che ai grandi io non obbedisco né credo; però li rispetto e cerco di imparare da loro qualcosa, se mi riesce. Il fatto che uomini così lontani tra loro nel tempo, nello spazio e nel carattere siano giunti a conclusioni così simili attira il mio interesse e potrebbe attirare anche il vostro, carissimi, se vorrete riflettere sulla circostanza che l’unica cosa che al di là di ogni dubbio ci accomuna è la certezza della fine. Che progetti avete per il tempo che ancora vi separa da quel momento? E quanto pensate che ve ne resti? Se considerate che forse ne rimane, a voi e a me, meno di quanto ne vorremmo, converrete che non è troppo ragionevole investire tutte le nostre risorse su quella parte della nostra vita che potrebbe svanire nel nulla in ogni istante, senza avere almeno tentato di appurare se ne esiste un’altra non toccata da quella minaccia. Se, dunque, decidete che la questione è degna del vostro interesse, i racconti degli esploratori che vi hanno preceduto possono servirvi come traccia, ma l’esperienza deve essere la vostra, sempre che non vogliate accontentarvi di quella altrui. In questo caso non vi biasimerei, ma, se potete, aspettate a farlo almeno fino alla fine di questo capitolo. Lasciamo dunque da parte i timori reverenziali e osiamo indagare con il nostro intelletto, cui non è giusto assegnare anzi tempo limiti troppo stretti: esiste davvero in noi qualcosa che si sottrae alla giurisdizione della morte? Permettetemi innanzitutto di attirare la vostra attenzione su un’altra cosa che ci accomuna: io posso porre la domanda che precede in quanto in primo luogo sono presente a me stesso e alla questione; e lo stesso vale per voi. Prima di essere qualsiasi cosa (io scrittore e voi lettori, per esempio) dobbiamo semplicemente esserci. La semplice presenza è la base per ogni successivo esser qualcosa o qualcuno. Questa presenza, peraltro, non è qualcosa che si possa dare per scontato, tanto è vero che è molto più facile essere assenti a sé stessi e alla situazione, sonnolenti o persi in qualche fantasticheria. E’ piuttosto un dato potenziale che può realizzarsi o meno, e che per la maggior parte di noi per la maggior parte del tempo non si realizza affatto. Dove siamo quando non siamo presenti? Siamo altrove, rimuginiamo il passato o sognamo il futuro. Non siamo qui e ora, dove accade qualcosa che non approviamo perché non è come dovrebbe essere. Gli antichi, che intendevano il filosofare in primo luogo come una terapia delle passioni, si riferivano in particolare a questa malattia. Le passioni sono paure e desideri esagerati, dove l’esagerazione sta per una mancanza di proporzione o di misura con la realtà presente e il conseguente allontanamento da questa. La filosofia era per loro soprattutto un esercizio spirituale: un allenamento a fermarsi nel momento così com’è, frenando e gradualmente estinguendo la fuga nel dover essere (e nel dover avere). Ritorniamo al nostro tempo, in cui il dover essere è chiamato superio e il dover avere es, e la psicoanalisi è la pratica filosofica che promuove il rafforzamento della capacità di presenza a spese del soggiorno in quei territori alienati. Ma l’io, il soggetto di questa pratica, è un’entità assai precaria e problematica, che in questa disciplina si ritiene derivata da uno dei territori che poi dovrebbe bonificare; un’istanza cui si attribuisce il compito di mediare tra le esigenze delle altre due e quelle della realtà esterna, ma non un fondamento su cui far valere un’esigenza propria di libertà da tutti e tre i padroni. Anzi, il solo accenno alla possibilità di un tale fondamento potrebbe attirare sull’incauto che l’ha fatto l’accusa di spiritualismo, una delle più squalificanti in un tempo in cui il mito della scienza detta norme e valori. Per non attirarmela io stesso, mi affretto a chiarire che l’anima e lo spirito di cui parlo non sono sostanze metafisiche, di cui non avrei alcun titolo per parlare, ma categorie dell’esperienza, di cui invece parlo con pieno diritto, purché sia la mia. In un modo che potrete giudicare un po’ arbitrario, ma che non è tanto lontano da quello sancito dalla tradizione, chiamo anima la dimensione psicologica dell’esperienza che si radica originariamente nel rapporto con i genitori, e a partire da questo si espande e si ramifica nel senso di interdipendenza e di appartenenza reciproca tra esseri umani; mentre chiamo spirito la dimensione filosofica dell’esperienza, che si fonda sull’intuizione di un elemento simile al dio - la sapienza che il filosofo ama - e sulla liberazione, grazie a esso, da ogni legame. Ormai vi è chiaro il paradosso. Il processo della conoscenza di sé passa, in un primo momento, per l’accettazione della condizione mortale e quindi della dipendenza che ci lega gli uni agli altri; in un secondo momento per la scoperta di un elemento non mortale che ci rende liberi da ogni vincolo. Ma mentre la prima parte vi è del tutto evidente, non potete dire lo stesso della seconda; anzi, non potete tacere il vostro sospetto che in essa si nasconda quel nucleo di onnipotenza infantile che è felicemente scampato alla riduzione nella fase precedente e ora rientra in scena rimpannucciato e pimpante. Che cosa posso opporre alla vostra validissima obiezione? Solo la mia esperienza, che da un lato è poverissima, non potendo appoggiarsi ad alcun testo sacro né ad alcuna autorevole istituzione, ma dall’altro è più ricca di tutti i potenti di questa terra, se è vero, come a me sembra, che è in grado di poggiare su sé stessa. Io sono qui, davanti ai vostri e ai miei dubbi, e vi dico, come ha fatto a suo tempo un grande razionalista, che posso dubitare di tutto ma non del fatto che sto dubitando: cioè della mia presenza a me stesso nell’atto di dubitare, come in qualsiasi altro. A differenza di quel grande, tuttavia, non partirò da questa consapevolezza per spaccare il mondo in una sostanza pensante e un’altra estesa, installandomi nella prima e guardando con sussiego alla seconda. In effetti io posso essere presente anche senza pensare; anzi, se riesco a non pensare del tutto lo sono ancora meglio, come quando sono attento al respiro o a un abbraccio, in perfetto silenzio mentale. Si è fatto a gara, in questo secolo che sta finendo, nello scovare gli errori di Cartesio, che è stato accusato persino di assassinio della psicologia, per aver separato lo spirito dal corpo. A parte il fatto che se si volesse indagare su questo presunto delitto bisognerebbe almeno risalire al mandante, che naturalmente è Platone, io non desidero partecipare a questa gara. Al contrario, credo che dobbiamo essere grati all’autore della formula cogito, ergo sum, per averci richiamato al punto di partenza di ogni filosofia, che l’era moderna aveva smarrito. A patto di tradurre cogito con io sono cosciente, e non io penso. E’ vero che anche la seconda traduzione ha una parziale legittimità, ma andiamo con ordine. Prima di tutto voi volete sapere che cosa c’entra il cogito con l’immortalità. Se permettete, io girerei la domanda: che cosa c’entra la morte con il cogito? E risponderei: niente. Finisce tutto ciò che ha avuto inizio, dunque tutto ciò che vive nella durata. In effetti niente dura, di ciò che esiste nella durata: né il corpo, né l’anima. Ma lo spirito, il cogito, esiste solo nel presente. E’ la semplice presenza che non è destinata a decomporsi perché, non essendo composta, non è decomponibile. La percezione del nostro esserci è complicata dal fatto che esso di solito si identifica e si confonde con i suoi predicati. Chi siete?, vi domando. Voi mi rispondete: sono Giacomo o Carolina; sono un grafico o una logopedista; sono di sinistra o di destra; sono ateo o credente; amo il cinema o la musica rock; e così via. Ma io vi domando ancora: chi siete veramente? Il nome potete cambiarlo, la professione, le idee politiche, il credo e i gusti anche; persino il sesso potete cambiare, se proprio ci tenete. Mettete tra parentesi tutte queste cose, in fondo accidentali e aleatorie: quello che rimane è solo la coscienza indubitabile di esserci: il cogito. Vi ho chiarito che quando parlo di spirito non faccio della metafisica - non nel senso deteriore che il termine ha assunto oggi, almeno - ma mi riferisco solo alla più elementare delle esperienze. Ora mi rimane da mostrarvi il potenziale liberatorio della semplice presenza. Il lavoro precedente, sull’asse orizzontale o psicologico, riguardava la nostra dipendenza dalle persone che rispondono ai nostri bisogni e si prendono cura di noi. Se ora ci spostiamo sull’asse verticale non è per negare la nostra natura di esseri limitati e dipendenti, ma per vedere se, oltre a questo, siamo anche qualcos’altro. Ricordo bene la piazza di Milano che stavo attraversando in un tristissimo pomeriggio di adolescente improvvisamente illuminato da un pensiero: io posso pensare. Qualsiasi cosa accada, nessuno può impedirmi di staccarmi dalla scena e osservarla con calma dall’esterno, come se fossi uno spettatore del film cui prendo parte come attore. Fu la mia personale scoperta del cogito. In quel momento seppi che ero salvo. Il mondo poteva anche crollare, io sarei stato lì a vedermi lo spettacolo. Penso, dunque sono. Tutto ciò che esiste nello spazio e nel tempo posso dominarlo con la mente o lasciarlo al suo destino. Io, il pensatore, non ne sono toccato. Bella onnipotenza, obietteranno i pochi freudiani incalliti che ancora resistono tra voi. Un ragazzo triste e spaventato si rifugia in sé stesso perché non sa venire a patti con un mondo incomprensibile. Che libertà è mai questa? Una libertà cartesiana, miei cari. Una mezza libertà, in effetti, ma è meglio che niente. Una manna, a quell’età. Vi dicevo che tradurre cogito con penso è parzialmente legittimo: lo è nel senso che il pensiero, inteso come osservazione distaccata e distanziante delle cose, è una delle due modalità della presenza. Ma è da lì che si comincia: non vedo come possiate salvarvi dal risucchio nel flusso magmatico e mesmerico degli eventi se non avete imparato a prenderne le distanze. La coscienza ingenua preriflessiva si identifica immediatamente con quello che vive. Se si sente aggredita o colpevole, vuol dire che c’è stata un’aggressione o è stata commessa una colpa. La coscienza cartesiana (K, nel nostro schema) dubita di tutto: non so se è veramente accaduto, potrei averlo sognato. Socrate avrebbe detto: sembra che ci sia stata un’aggressione, ma poiché non sappiamo nulla con certezza, indaghiamo. Furono gli stoici a portare questa posizione alla massima chiarezza. Nella celebre sentenza di Epitteto (“gli uomini non soffrono per gli eventi, ma per le loro opinioni sugli eventi”) c’è già tutta la terapia cognitiva. Lo spirito sovrano prende le distanze non solo dagli eventi esterni, che appartengono al mondo, ma anche dalle opinioni, che appartengono all’anima. I primi non sempre si possono cambiare, ma le seconde sì, una volta scoperto che noi non siamo queste né quelli. Quale sia l’altra modalità della presenza, l’avrete già capito. Se con l’una si esce dal vissuto, con l’altra vi si rientra. Nei termini più semplici: la libertà dalle emozioni e quella di viverle fino in fondo sono i due modi simmetrici della presenza. Libertà da e libertà di. Vedete bene che la facoltà di uscire di casa, se non è accompagnata da quella di rientrarvi, non è granché; e lo stesso vale per la condizione opposta. E’ vero che, se la casa brucia, conviene pensare prima di tutto a mettersi in salvo (com’era stato il caso del ragazzo sopracitato, assai felice di avere trovato l’uscita e dispostissimo a restare senza fissa dimora, avendo ben soppesato i pro e i contro della vita famigliare). Ma lo spirito non ama restarsene in disparte troppo a lungo. Anche la presenza ha un suo tempo, che non è il tempo della durata, ma quello del ritmo e del ciclo: dentro e fuori dal mondo, fuori e dentro la vita dell’anima e del corpo. Non avevano ragione di chiamare divina questa presenza gli antichi e il pensatore inattuale? Voglio ricordarvi la descrizione nietzscheana del dio Dioniso che vive in noi come genio del cuore, posto che sappiamo risvegliare la sua/nostra presenza. “Il genio del cuore che fa ammutolire ogni voce troppo sonora e ogni compiacimento di sé e insegna a porsi in ascolto, che leviga le anime scabre e infonde loro un nuovo desiderio da assaporare - quello di starsene taciturni come uno specchio affinché in esse si rispecchi il profondo cielo… Il genio del cuore che insegna alla mano maldestra e precipitosa l’indugio e una maggiore delicatezza nell’afferrare: che sa divinare il tesoro occulto e obliato, la goccia di bontà e di dolce spiritualità sotto un ghiaccio torbido e spesso, ed è una bacchetta magica per ogni granello d’oro, che a lungo sia restato sepolto nel carcere di molto fango e sabbia; il genio del cuore, dal cui tocco ognuno si diparte più ricco, non graziato e stupito, non beneficato e oppresso come da un bene estraneo, sibbene più ricco di sé, più nuovo che per l’innanzi, dissigillato, alitato e spiato da un vento astrale, forse più insicuro, più delicato, più fragile, più infranto, ma colmo di speranze che non hanno ancora un nome, colmo di un volere e di un fluire nuovo, colmo di una nuova riluttanza e di un nuovo riflusso…”. Al genio del cuore del filosofo corrisponde con eccellente approssimazione la figura del mistico di Bion: colui che mettendosi in ascolto del cuore ignoto dell’essere ne riceve ispirazione e linfa vitale. Il mistico - la presenza nel vertice O del nostro quadrato - sta al mistero come lo scienziato sta alla conoscenza. Il movimento del cogito non è un semplice andirivieni da e verso un mondo che rimane costante. Dopo aver preso le distanze dalla realtà, la presenza si apre al mondo della possibilità. Il terapeuta osserva da una posizione neutra (vertice K) tutto ciò che accade - è più esatto dire che neutralizza in continuazione e per quanto può tutte le aspettative e preconcezioni che interferiscono con la sua visione - e incoraggia il suo paziente a fare altrettanto. Quindi, spostandosi nel vertice opposto, cerca di sintonizzarsi con la dimensione ignota (O) - con l’inconscio, se preferite - per cogliere, assieme all’altro, tutte le potenzialità inespresse di una situazione che appare chiusa e bloccata. La capacità di mettersi nella posizione del mistico, vale a dire di immergersi nel mondo delle infinite possibilità per riemergerne con soluzioni nuove a vecchi problemi - corrispondente al volo magico con cui i nostri antenati sciamani si recavano nella dimora degli spiriti per averne indicazioni sulla cura delle anime - è la funzione cruciale di ogni terapeuta degno del nome: con esclusione, cioè, di tutti coloro che, incapaci di silenzio, non attingono le loro risposte dal cuore dell’essere che non sanno ascoltare, ma dall’archivio di soluzioni preconfezionate apprese sui banchi e i divani delle loro scuole. Questo vale nel modo più evidente e necessario per la terapia, carissimi, ma si applica ugualmente a ogni situazione in cui sia in gioco il risveglio del cogito dalle brume del dover essere e del dover avere in cui è avvolto. E poiché in quelle lande caliginose si aggirano e prosperano i fantasmi di ogni angoscia esistenziale, se volete liberarvene non avete che da rischiararle con la vostra presenza. Voi esitate, e vi capisco. Avete appena iniziato a bonificare la vostra mente dai suoi terrori infantili grazie all’esperienza correttiva, materna e paterna, che vi fornite vicendevolmente; e già vi trovate di fronte a un compito nuovo e ben più formidabile. E tuttavia io vi chiedo: se non volete far vostra la capacità divina di muovervi sulla linea che unisce la conoscenza e l’ignoto, a chi pensate di delegarla? Suppongo, nell’ipotesi migliore, a coloro che ne hanno la competenza istituzionale, gli scienziati e i preti, nelle cui mani vorrete consegnare la vostra vita. Se quelle mani vi sembrano più affidabili delle vostre, fate bene. In caso contrario, potrebbe interessarvi quanto segue.
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